Settembre sta per chiudersi con un gran trambusto sui mercati europei, che oggi si muovono in terreno negativo in contrasto con i listini americani e asiatici, in espansione. Parrebbe che la ragione si nasconda in casa nostra, dove il governo ha manifestato l’intenzione – da confermare però entro il 15 ottobre – di fissare l’obiettivo del rapporto deficit/Pil per il prossimo triennio a 2.4%, ben sopra l’1.6% caldamente “suggerito” dalle Autorità europee. La reazione del mercato non si è fatta attendere e, oltre alla Borsa di Milano che cede più del 4%, tutte le borse dell’Area euro stanno indietreggiando, e tra quelle maggiormente colpite figura Francoforte. L’euro si sta indebolendo e cede per il momento circa 50 punti base contro dollaro, mentre lo spread sale a 280 punti.

Tempismo perfetto: proprio poche ore prima della presentazione del Def, il Tesoro italiano ha collocato due miliardi di Btp 2023 al tasso del 2.03% – in calo rispetto al 2.44% dell’asta di agosto – e due miliardi di decennali al tasso del 2.90%, anche in questo caso ben al di sotto del 3,25% precedente. Il rapporto di copertura ha raggiunto quota 1.44, che indica una maggiore domanda di titoli da parte del mercato rispetto a quanto offerto dal Tesoro.

Agli occhi di un investitore moderatamente aggressivo quello che si profila è un’eccellente occasione di acquisto sulla debolezza, opportunità che diventerebbe ancor più profittevole se esercitata dal Tesoro con un buy-back. Se le chance speculative riguardano in questo momento una grande varietà di mercati, i bancari italiani potrebbero rivelarsi i maggiormente profittevoli. A sostegno di tale tesi possiamo annoverare elementi di diversa natura: nel settore i multipli si presentano relativamente bassi e potrebbero nascondere un’inefficienza nella valutazione della minuziosa pulizia operata sui bilanci negli ultimi anni; inoltre gli italiani non hanno mai mancato di confermare la fedeltà di lunga data che lega indissolubilmente i loro risparmi con capitale e debito dello sportello, nonostante la crisi dei mutui subprime e i fallimenti che hanno colpito le banche venete e del centro Italia. Supportate anche dall’intervento pubblico – in misura complessivamente minore rispetto alle concorrenti europee che godevano di salute peggiore – gli istituti di credito italiani hanno attuato processi di ristrutturazione che si sono articolati nello smaltimento delle sofferenze, nella chiusura di filiali in esubero e nel taglio del personale.

Quanto pesa il fattore tassi sul settore bancario

Il settore il riferimento gode poi di fattori espansivi nel medio termine: l’aumento dei tassi, che è già realtà negli USA e che si profila all’orizzonte nel Vecchio Continente, è una condizione necessaria – pur non sufficiente – per un ritorno alla redditività grazie a quello che dovrebbe essere il core business negli istituti di credito, cioè l’erogazione di prestiti. Altra condizione fondamentale affinché le banche possano tornare profittevolmente a fare le banche è la domanda di prestiti, che deve essere sostenuta necessariamente da un aumento dei consumi interni. Che si tratti di prestiti volti all’acquisto della prima casa da parte di privati o al finanziamento di iniziative imprenditoriali, una riforma fiscale espansiva e qualsiasi altra misura volta a sostenere la spesa da parte delle famiglie con maggiore propensione marginale al consumo si propongono come propulsori diretti.

Ma non è tutto rose e fiori, e le vicende di oggi non mancano di evidenziare per l’ennesima volta il principale fattore di debolezza del sistema, cioè l’esposizione allo spread dovuta all’enorme massa di titoli di Stato in pancia alle banche, il cui deprezzamento erode il Common Equity Tier 1.

A parere di chi scrive, lo spread sta trascinando i bancari su livelli di sottovalutazione degni di essere presi in analisi poiché il settore risulta scontato rispetto al patrimonio netto ed al livello degli utili, e lo sarà ancor di più se l’investimento pubblico finanziato in deficit fornirà la spinta necessaria per il decollo dell’economia reale, così come gli Stati Uniti stanno insegnando.

Aldilà delle convinzioni personali sulla bontà della manovra, il nervosismo con cui il mercato strattona potrebbe giovare alla redditività dei portafogli ben diversificati, a prescindere dal profilo di rischio: il risparmiatore più conservativo presumibilmente dovrebbe detenere i bond fino a scadenza, immunizzandosi di fatto da oscillazioni sul mercato secondario, mentre per i più aggressivi ed esperti la volatilità offre occasioni di acquisto in un contesto di mercati mondiali non lontani dai massimi e di maturità del ciclo.

Abbandonando l’ottica del singolo per orientarsi su quella di scenario, l’aspetto che catalizza maggior interesse è ancora una volta la scarsa aderenza dei mercati con l’economia reale. Il peggioramento dei conti pubblici che ha coinvolto tutti i Paesi sviluppati non dovrebbe stupire e avrebbe dovuto essere, almeno in parte, già scontato dai prezzi nelle ultime settimane. I mercati finanziari, ormai quasi totalmente governati da trading system, denunciano una certa difficoltà nel gestire la propria maturità e sembrano succedersi, sulla base del pretesto del giorno, scommesse sul proseguimento del trend ed alleggerimenti di massa sui timori di inversione. Tutti fattori che storicamente anticipano la conclusione degli up-trend.

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Note

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