Quello che si avvia alla fine è un mese ricco di contrasti, che ha visto diversi fatti, politici e di cronaca, importanti sul piano degli effetti sui mercati. Tra i più rilevanti troviamo sicuramente il debutto di Powell, che ha guidato il suo primo rialzo dei tassi Usa, nonché il sesto dal dicembre 2015, che porta il costo del denaro all’1,5-1,75%
Il 23 marzo sono stati effettivamente introdotti i dazi su acciaio e alluminio, e dopo settimane di timori anche in Europa si è finalmente decretata l’esenzione per i Paesi membri dell’Unione, insieme a pochi altri, anche se i giochi rimangono aperti ad eventuali rettifiche.

Qualche preoccupazione è stata manifestata anche in occasione del G20, per il potenziale raffreddamento dell’economia conseguente alla politica protezionistica, contestuale alla riduzione di liquidità in atto.
Lo scandalo Cambridge Analytica ha poi colpito fortemente i mercati azionari, in particolare i tecnologici Usa.

I dati macro sono però complessivamente rasserenanti: le proiezioni di crescita Usa mostrano il Pil che potrebbe concludere l’anno con un +2,7%, la disoccupazione ancora in calo e l’inflazione poco sopra l’obiettivo. Anche i consumi nei mercati emergenti (Cina, Tailandia, Corea del Sud, Russia e Sud Africa) superano le stime.

La fuga dall’azionario parte dalla Germania

Una nota di dolore arriva però dalla Germania, dove l’indice Zew è crollato sui minimi da settembre 2016, ben al di sotto delle previsioni. A minare la fiducia sull’economia sono stati i timori per i dazi Usa (la Germania è un esportatore di primo piano) congiuntamente al rafforzamento dell’euro.
A pagare le conseguenze di tutto questo trambusto sono stati gli asset azionari, in lieve flessione per il secondo mese consecutivo, con il diffuso ritorno dei corsi sui minimi post crollo di febbraio, pur non invalidando i vari trend strutturali. Caso isolato si è verificato in Cina, dove l’imposizione doganale ha gettato nel panico lo Shanghai Composite, facendo venire meno la trend line che accompagnava l’indice dai minimi del 2016.

A trarre beneficio dalla fuga dall’azionario sono stati i bond, in particolare i governativi a dieci anni e quelli esposti alle valute forti, euro, yen e sterlina in prima linea. L’interesse per questi asset potrebbe fornire una buona occasione per abbassare la duration dei portafogli portando a casa anche buoni risultati in termini di capital gain.
Sempre in tema di valute, è da notare come il dollaro stia nuovamente tentando la ripresa contro l’euro, proseguendo l’oscillazione all’interno del canale 1,224/1,244. Si tratta di un’area che potrebbe presto portare alla negazione del trend crescente che ha caratterizzato tutto il 2017.

Articolo precedente

I Big data ricaricano l’healthcare. I migliori fondi per investire

Articolo successivo

Ritorno ai fondi obbligazionari: tutti i miti da sfatare

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *