Ci sono voluti più di nove mesi per trovare un accordo minimo tra UK e Ue ma alle aziende servirà molto più tempo per abituarsi al nuovo mondo commerciale racchiuso nelle 1.200 pagine dell’accordo concluso dal primo ministro inglese Boris Johnson alla vigilia di Natale.

La firma ha posto fine all’incertezza per il Regno Unito ed è un sollievo per le aziende britanniche, ma segna solo l’inizio di una fase successiva e potenzialmente la più difficile. Dalle pratiche doganali fino alle nuove quote per la pesca, passando per ogni singola merce, nei prossimi mesi gli inglesi e i cittadini dell’area Ue toccheranno con mano e con il portafoglio quali sono le conseguenze concrete di questo accordo che lambisce i mercati finanziari anticipatori di tendenze e che sta arrivando sull’economia reale.

Secondo la stima di Bloomberg Economics, la crescita del Regno Unito sarà inferiore di mezzo punto percentuale all’anno da qui al 2030 e questa discesa è dovuta all’uscita dal mercato unico europeo. Nel 2021 l’economia si espanderà del 6% ma questa previsione potrebbe essere rivista al ribasso dopo l’ultimo inasprimento delle restrizioni da Covid-19 in Inghilterra. Nel frattempo, le imprese devono fare i conti con le pratiche burocratiche del nuovo mondo commerciale prima di poter affrontare questioni più complesse come, per esempio, il futuro del settore dei servizi finanziari nell’Unione europea.

Tra i temi più urgenti ci sono le nuove etichette sull’origine delle merci che possono essere esportate nell’Ue. Il riconoscimento reciproco degli standard che consentirebbe alle aziende di realizzare prodotti nel Regno Unito e commercializzarli nell’Ue senza alcuna certificazione aggiuntiva non fa parte dell’accordo.

Secondo dati Bloomberg, adeguarsi al nuovo mondo commerciale costerebbe solo all’industria britannica di cibo e bevande quasi 4 miliardi di dollari.

Vediamo quali sono i punti chiave dell’accordo.

  • L’accordo preserva gli scambi di merci senza dazi tra l’UE e il Regno Unito, a condizione che le due parti non applichino sussidi governativi o concedano alle aziende standard ambientali più permissivi.
  • Le imprese dovranno sottostare a controlli doganali delle merci e adeguarsi alle rispettive normative degli scambi di merci. Questo implica un costo da ambo le parti che in alcuni settori come edilizia e prodotti chimici è molto significativo.
  • La parte debole dell’accordo è relativa al settore dei servizi che sono esclusi dall’intesa e penalizzano fortemente UK dove questo comparto rappresenta il 40% delle esportazioni totali nell’UE con una grande quota legata ai servizi finanziari. Il motivo risiede nel desiderio del Regno Unito di massima indipendenza e sovranità, un obiettivo chiave della Brexit che potrebbe portare UK a costruire un modello simile alla Norvegia sul fronte dei servizi.

IDEE DI INVESTIMENTO

Quali sono le implicazioni sui mercati finanziari? Secondo l’analisi di Morgan Stanley, una soft Brexit ha come conseguenza la possibilità di valutare su parametri certi il rapporto Regno Unito-UE, almeno per le merci. Tuttavia, sterlina, euro, azioni britanniche ed europee hanno guadagnato solo marginalmente da quando è stato annunciato l’accordo commerciale.

Questo può essere dovuto a tre motivi:

  • L’accordo commerciale è stato ampiamente anticipato e quindi era già scontato nei prezzi. Per esempio, già a settembre 2020 era cominciata una tendenza nota come “buy UK”, ovvero la corsa all’acquisto del mercato azionario inglese che si basava sui rumors di un possibile accordo tra Ue e Regno Unito.
  • I contorni delle future relazioni Regno Unito-UE non sono ancora del tutto definiti. Questo è un elemento di incertezza che pesa soprattutto sulle aziende UK e ma dà fastidio anche alle aziende europee.
  • La pandemia è ancora una questione più importante della Brexit. È probabile che gli sforzi dei responsabili politici per frenare la pandemia e il successo nell’introduzione dei vaccini siano in primo piano e al centro dei mercati più della definizione di un quadro commerciale chiaro tra UK e Ue.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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