Da una parte c’è la pandemia da COVID 19 dall’altra c’è lo choc economico da lockdown che l’ex governatore della BCE, Mario Draghi, non ha esitato a definire una guerra da combattere facendo una montagna di debito. Cosa significa? Le parole di Draghi fotografano la situazione economica dell’Europa che sarebbe più forte se combattesse unita e mettesse in comune l’enorme mole di debito che il virus lascerà sul campo di battaglia, uscendo unita dalla guerra. In pratica, la soluzione economica è l’emissione di debito pubblico attraverso obbligazioni garantite dall’Ue. Ma le soluzioni sul tavolo hanno diviso i Paesi membri dell’Unione europea invece che unirli.

Sul piatto in un primo tempo c’è stata l’ipotesi del lancio dei cosiddetti Coronabond, ovvero obbligazioni europee emesse dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche Fondo salva-Stati, l’organizzazione internazionale a carattere regionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria della zona euro, o da un altro veicolo per finanziare interventi nazionali mirati contro il virus e lo choc economico. Dopo un vertice di oltre sei ore e il veto posto dall’Italia sul testo delle conclusioni, il 26 marzo 2020, i 27 leader dell’Ue hanno bocciato questa ipotesi e hanno deciso di darsi altre due settimane per mettere a punto la nuova strategia anti-crisi economica.

Ora sul tavolo di Bruxelles resiste l’ipotesi di lanciare gli Eurobond che dovrebbero funzionare come medicine per il lockdown economico.

Cosa sono e come funzionano?

  • Si tratta di obbligazioni emesse congiuntamente dagli stati membri dell’Ue e garantite da tutti i partecipanti all’Eurozona. Il progetto degli Eurobond non nasce oggi in piena emergenza sanitaria. La creazione di un mercato paneuropeo delle obbligazioni è sul tavolo dell’Unione europea dal 2016 ed era stato avanzato da diversi economisti come una possibile via di uscita alle manovre di Quantitative Easing per sostenere l’economia Ue.
  • La proposta della nascita di un mercato e di prodotti che puntano sulle obbligazioni paneuropee è gradita ai grandi investitori europei e, in particolare, è sostenuta da tempo da Assogestioni, l’associazione che riunisce le case di investimento di fondi presenti in Italia, secondo la quale le obbligazioni paneuropee dovrebbero essere degli European Safe Bond (ESB) emessi dalla Banca europea per gli investimenti (BEI) o da un’agenzia europea costituita ad hoc, che dovrebbero avere come collaterali bond governativi emessi dai singoli Stati membri con un’emissione in due tranche: una senior e una junior.
  • Secondo la proposta di Assogestioni che risale al 2017, solo in questo modo sarebbe possibile interrompere la catena che ha mosso fino a oggi il mercato obbligazionario, con i gestori che hanno sempre cercato la sicurezza in Germania e il rendimento in Italia, e si spezzerebbe la catena che vedrebbe così legati il Paese emittente e il proprio sistema bancario.
  • Le condizioni di mercato rispetto al 2017 e con l’arrivo del virus sono mutate e la funzione degli Eurobond non sarebbe più solo mettere in sicurezza l’economia, ma farla ripartire aumentando il debito dei Paesi membri dell’Ue. Per questa ragione la Germania e diversi altri Paesi dell’Europa settentrionale, in primo luogo l’Olanda, sono contro gli Eurobond. La ragione è sia politica sia fiscale: le aliquote attuali rendono Paesi come l’Olanda, l’Irlanda, l’Austria e il Lussemburgo, per esempio, dei paradisi fiscali, mentre la Germania, grazie allo spread, ha un debito più appetibile degli altri Paesi Ue. Queste economie forti per costituzione nonostante il virus non vogliono condividere il debito con gli altri Paesi Ue più deboli.
  • Tra i deboli ci sono 9 stati europei (tra cui Italia, Francia, Spagna e Belgio) che sostengono fortemente l’emissione di Eurobond per far fronte alla crisi, facendo una concessione ai forti: la non mutualizzazione dei debiti pubblici pregressi. La richiesta primaria è di dotare l’Unione europea di risorse sufficienti per garantire un Rescue plan sanitario, economico e sociale, gestito dalle istituzioni europee.

Il confronto tra i Paesi dell’Unione europea proseguirà nelle prossime settimane e non si esclude nulla, tra cui anche la ripresa dei Coronabond che potrebbero diventare European recovery bond, ma ripartirà esattamente da dove è iniziata: l’Europa è divisa tra Nord e Sud, tra chi vuole condividere risorse e rischi e chi invece preferisce gestirsi le crisi da solo.

IDEE DI INVESTIMENTO

La nascita degli Eurobond, ovvero obbligazioni europee garantite da tutti gli Stati membri, a prescindere dal COVID 19 cambierebbe per sempre il mercato delle obbligazioni per diverse ragioni e sono tanti i vantaggi:

  • Gli Eurobond sarebbero uno strumento liquido di dimensioni globali e con un grado di sicurezza assimilabile ai titoli del Tesoro americano.
  • Eviterebbero gli sbalzi di spread tra bond statali dell’Ue e la fuga di capitali da Paesi deboli verso quelli più forti.
  • La volatilità e il rischio sarebbero più contenuti anche grazie alla nascita di un titolo che sarebbe un vero benchmark obbligazionario europeo che andrebbe a sostituirsi al tedesco Bund.
  • Gli Eurobond sarebbero uno strumento su cui le banche Ue potrebbero investire evitando di concentrare i rischi nei bond sovrani del proprio Paese.

Perché non vengono emessi gli Eurobond? Secondo l’analisi di Axa Investment Mananagers sono tre i motivi principali:

  • L’assenza di una unione europea a livello fiscale. Fino a oggi, la raccolta delle tasse e l’impiego delle risorse fiscali è a discrezione dei singoli Paesi membri. Ogni ingerenza da parte di altri paesi piuttosto che di Bruxelles viene vista come un affronto, quasi si trattasse di un atto bellico.
  • L’utilizzo regionale delle risorse che verrebbero create attraverso un Eurobond universale. Alcuni Paesi potrebbero necessitare di un volume di investimenti sproporzionato che farebbe ricadere il costo netto del finanziamento su altri Paesi scatenando il malcontento dei contribuenti. È quindi necessario un iter politico per arrivare a questa soluzione.
  • La questione del risk-sharing, cioè la distribuzione dei costi nel caso di dover assistere a un default sovrano piuttosto che a una ristrutturazione controllata del debito. Anche qui è ragionevole chiedersi perché un Paese membro dovrebbe mettere mano nelle tasche dei suoi contribuenti per “salvare” le finanze di un altro Paese.

Per valutare il rischio di portafoglio e bilanciare nella maniera migliore gli asset su cui investire (azioni, obbligazioni, liquidità), questo è il momento ideale per scoprire i vantaggi di un portafoglio modello ben equilibrato.

Note
Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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