Una delle ultime eredità lasciate da Barack Obama è un livello di disoccupazione al 4,6% esattamente sui livelli pre crisi, nell’agosto del 2007. Su questo dato sono costruite le certezze di un rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, quasi certamente già nella riunione di fine anno, il 14 dicembre. Lo dicono i sondaggi e le rilevazioni di Cme group che misura con il Fed watch le probabilità di manovra della banca centrale, monitorando l’andamento dei futures. Il barometro segna la probabilità di un rialzo dello 0,50-0,75 basis point al 94,9%%. Del resto, gli ultimi dati sul mercato del lavoro indicano come a novembre l’economia americana abbia creato altri 178 mila posti. E dal 2010 sono 15,6 milioni i nuovi assunti. A remare a favore di un rialzo dei tassi da parte di Janet Yellen c’è anche la consapevolezza che Donald Trump non è il cigno nero che i mercati si aspettavano e il Prodotto interni lordo (Pil) degli Usa è cresciuto del 3,2% nel terzo trimestre del 2016, o quello sul prezzo delle case, salito del 5,1%, passando per le vendite nel settore dell’auto aumentate del 3,7%. Sono tutti indicatori di una ripresa solida e di un’economia che, pur col freno a mano ancora tirato, continua svolgere il ruolo di locomotiva tra i Paesi occidentali.

Tra i membri del board della Fed, guidati da Janet Yellen, non dovrebbero esserci più indugi nel procedere a quella stretta da tanto tempo attesa dai mercati, per proseguire quel cammino di normalizzazione dopo gli anni delle misure straordinarie seguite alla grande recessione. E se Wall Street non ha, per ora, brindato come ci si sarebbe dovuto attendere è solo per le incertezze che inquietano i mercati internazionali. Il rialzo della Fed atteso il 14 dicembre 2016 dovrebbe essere il primo di una lunga serie. Secondo i calcoli degli analisti di Nordea, i mercati scontano già almeno 5 rialzi da qui fino alla fine del 2018. Questa strada che sta per imboccare la Fed insieme con la direzione presa dalla Banca centrale europea a Francoforte nella seduta dell’8 dicembre 2016 hanno un impatto sulle decisioni di portafoglio anche in vista del 2017.

Qe prolungato: Mario Draghi rassicura i mercati

Come da attese, Mario Draghi ha dato una stretta agli acquisti, ma ha esteso per tutto il 2017, ben oltre le attese: ci sono 60 miliardi per nove mesi che fanno 540 miliardi, ben 60 in più. Ma soprattutto, Draghi non ha indicato la fine dal Qe, la sua fine: il programma resta open-ended, anche se qualche operatore nota comunque la tendenza verso acquisti meno consistenti nel tempo. Non è il tapering, la riduzione graduale dell’espansione monetaria il cui solo annuncio negli Usa provocò uno scossone costringendo la Fed a fare marcia indietro. La Bce, dunque, promette tassi eccezionalmente bassi ancora a lungo. Con tutte le cautele del caso, vista l’inflazione ancora ben lontana dall’obiettivo del quasi 2%, la crescita debole e le incertezze politiche dati i numerosi appuntamenti elettorali in arrivo. Draghi, in un’intervista a El Pais, ha spiegato che si può conseguire la giusta posizione di politica monetaria, attraverso diverse combinazioni di strumenti, ad esempio l’ammontare degli acquisti mensili o la loro durata. Per questo dopo mesi di ipotesi, dunque, il prolungamento del Qe era attesissimo dal mercato. Già estesi a marzo 2017 dalla scadenza iniziale di settembre 2016, gli acquisti di debito continuano fino a dicembre 2017.
La Bce continuerà a comprare a lungo e in maniera sostenuta. Per assicurarsi di avere abbastanza debito da comprare, la Bce ha anche rivisto alcuni parametri del Qe: da gennaio 2017 potrà acquistare titoli pubblici che rendano meno anche del tasso sui depositi (-0,4%), realizzando eventuali perdite. E lo shopping di debito pubblico avverrà sui titoli con scadenze a partire dai 12 mesi, non dagli attuali 24.

IDEE DI INVESTIMENTO

Con le banche centrali in manovra le conseguenze sono tante e su tutti gli asset. Ecco cosa aspettrasi adesso:

Un rafforzamento del dollaro contro euro. I grandi investitori hanno già ripreso ad acquistare dollari e la moneta unica è scesa quasi a livelli di parità. Ed è proprio sulla parità tra le due valute che i gestori puntano come tema di investimento nel 2017.

Una frenata delle Borse dei Paesi emergenti. Il barometro qui è l’indice Morgan Stanley Capital Index (Msci) emerging market che guadagna il 10% da dicembre 2015 a dicembre 2016, ma nelle ultime settimana ha fermato la sua corsa ripiegando di un 4%. Per gli analisti, però gli emergenti sono i mercati su cui puntare nel 2017.

Indebolimento del prezzo del petrolio e delle materie prime. L’oro nero ha ripreso a salire ma non riesce a lasciare quota 50 dollari, e l’oro che con i fondi che investono in materie prime hanno corso molto nel 2016 indebolirsi nel breve.

Vendite sui titoli di Stato americani Quando la stretta sui tassi Usa è vicina, il mercato tende a liberarsi delle obbligazioni statali, T bond, e ad acquistare le azioni delle banche e delle assicurazioni e vendere quelle legate ai consumi ciclici. La regola è stata rispettata anche questa volta, ma per molti gestori è un’occasione per tornare sui fondi obbligazionari globali.

 

 

Note
Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Articolo precedente

L'Italia passa dal referendum al rischio di elezioni anticipate. Come investire

Articolo successivo

Chi sale e chi scende: le classifiche del mese

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *