L’apertura del terzo round dei negoziati tra Unione europea e Regno Unito sulla Brexit è atteso il 28 agosto e i dubbi su una possibile chiusura entro ottobre cominciano ad essere tanti. La Commissione europea ha chiuso all’ipotesi “prematura” di fare concessioni a Londra e soprattutto ha chiesto ai britannici di chiarire la loro posizione sui temi chiave della discussione in questo primo stadio: in particolare le garanzie da dare ai cittadini europei che risiedono nel Regno Unito e gli impegni finanziari da rispettare dopo l’uscita.

Una decisione, nel frattempo, l’hanno già presa le istituzioni finanziarie che hanno deciso di lasciare la City di Londra e stanno traslocando. Dove vanno? Finora Francoforte è la città che si è aggiudicata il favore delle banche in fuga che vogliono restare all’interno dell’Unione Europea dopo Brexit. Morgan Stanley, Citigroup Inc., Standard Chartered Plc e Nomura Holdings Inc hanno scelto la città tedesca; mentre Goldman Sachs Group Inc. e UBS Group AG stanno pesando di prendere una decisione simile. HSBC Holdings Plc ha scelto Parigi, mentre Bank of America Corp. è volata a Dublino.

Nella migrazione Londra potrebbe perdere 10.000 posti di lavoro nelle banche e oltre 20.000 nei servizi finanziari, con uno spostamento fuori dai confini inglesi di oltre 1.800 miliardi di euro secondo dati Bloomberg e un danno per l’economia britannica dato che il sistema dei servizi finanziari che gravita su Londra vale il 12% del Prodotto interno lordo (PIL). Ma c’è un’altra preoccupazione all’orizzonte per il sistema finanziario inglese e ha un volto e un nome: Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista.

L’estate scorsa Corbyn combatteva per mantenere il suo ruolo di capo del partito, mentre oggi è saldamente in sella e la sua popolarità aumenta di giorno in giorno. E per l’industria finanziaria non è una buona notizia. Corbyn è stato sempre molto chiaro in merito, e ha sempre detto che questo settore ha un potere spropositato e va messo in riga. Come? Con nuove regole oltre a un aumento delle tasse, nazionalizzazioni, e tagli alla spesa. Il timore è l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Gli inglesi la chiamano la tassa di Robin Hood, e no, non è un’invenzione dei laburisti dato che il primo a proporla è stato l’economista John Maynard Keynes.

In realtà, la Gran Bretagna impone già una tassa quando le azioni vengono acquistate e scambiate. I laburisti vorrebbero estenderla a obbligazioni e derivati. E questo potrebbe avere un impatto decisivo sulle transazioni. Il termine di paragone è l’esperienza svedese. Il paese nordico ha introdotto una tassa sulle transazioni nel 1984 e il fatturato medio sulla borsa di Stoccolma è sceso del 30%. Più della metà della borsa svedese si è trasferita a Londra nel 1990. Eppure, per Corbyn, tutto ciò che riduce le dimensioni del settore finanziario, come del resto sta già facendo Brexit, è un fatto positivo. E se andasse al governo che ne sarà della City?

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Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

Giornalista segue da oltre 20 anni le dinamiche del mercato del risparmio gestito, della consulenza finanziaria e dei protagonisti del mondo degli investimenti. Prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vicecaporedattore di Panorama Economy (Gruppo Mondadori).
Nel 2015, dopo la lunga carriera nella carta stampata economica, è passata alla comunicazione come responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content occupandosi di progetti editoriali in diversi settori (risparmio, finanza, assicurazioni).
Dal 2015 cura, inoltre, la redazione dei contenuti del Blog di Online SIM, che oggi conta oltre 1200 articoli.

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