Viviamo nella società della tecnologia dove tutto è misurato in termini di potenzialità di business ed i soldi sono sempre più impalpabili ed elettronici. Siamo ormai arrivati a parlare di criptovalute e bitcoin dimenticando una storia millenaria nella quale il denaro è sempre stato un mezzo essenziale per la comunicazione di massa e l’affermazione del potere. Ci siamo così tanto assuefatti all’uso dei cellulari che quando ci capitano in mano una moneta o una banconota non facciamo neanche più caso alle immagini che ci sono stampate sopra.

Nel passato però, la simbologia che veniva accuratamente scelta per decorare il denaro contante, oltre ad avere una funzione economica, era espressione visiva della civiltà e della cultura che l’avevano emessa. Le immagini non erano mai selezionate a caso, ma rispondevano a finalità celebrative, facendo perno proprio sull’aspetto della comunicazione e dei linguaggi espressivi. Le monete dunque, sono sempre state straordinari veicoli di comunicazione di massa parlando anche e soprattutto a chi non sapeva né leggere né scrivere. Indubbiamente una delle civiltà che seppe sfruttarne al meglio queste potenzialità fu quella greca.

Gli antichi abitanti di Atene, Sparta o Corinto capirono a tal punto la forza evocativa del denaro da arrivare per primi non solo ad imporlo per legge disciplinando in maniera accurata le regole per la sua emissione, ma si spinsero fino al punto di riuscire a staccarne il valore intrinseco da quello di scambio, conferendogli un potere d’acquisto superiore a quello del metallo prezioso che contenevano. Grazie alla «moral suasion» della propaganda, da quel momento in poi la moneta diventa Nomisma, ovvero imposta per legge e quindi accettata in qualsiasi commercio.

Alessandro Magno, dopo una carriera fulminante, morì a soli 33 anni dopo aver conquistato un territorio immenso che dal Marocco giungeva fino all’India. Per far sopravvivere il mito dopo la sua prematura scomparsa venne raffigurato per oltre cento anni su diverse monete con le sembianze di un Dio con la testa di Leone. Ma furono sicuramente gli antichi Romani ad affinare il linguaggio comunicativo attraverso il denaro, in un contesto politico che imponeva di legittimare scelte molto spesso sanguinose prese a centinaia se non migliaia chilometri di distanza dai margini dell’impero. I Romani concepirono la moneta come un “monumento mobile”, ed il soggetto, ritenuto da ogni Stato un emblema, diventò per l’Urbe un perno centrale. Pur non disponendo degli innumerevoli mezzi di comunicazione di massa di cui ci avvaliamo oggi, Roma intraprese una propaganda capillare ed efficace soprattutto attraverso il denaro. Pertanto i soggetti delle monete, con il progredire dell’organizzazione del Governo, assunsero un carattere sempre più politico e propagandistico.

Monete e propaganda sono da sempre strumenti di potere

Anche per questo le monete romane sono uno dei rari oggetti, al di fuori di documenti scritti, da cui gli storici attingono a piene mani per comprendere meglio la storia, la vita sociale e politica dell’epoca. Le rappresentazioni sulle monete romane non seguiranno quella staticità che contraddistingueva le principali coniazioni greche, bensì continuarono ad adattarsi ai tempi facendo acquisire loro un carattere propagandistico, sia nel periodo repubblicano sia e soprattutto in quello imperiale. Ma il cambiamento effettivo arriverà proprio con Giulio Cesare che s’impadronirà della moneta ponendovi il suo ritratto ante mortem.
Questo sommo privilegio gli fu concesso dal Senato insieme ad altri onori, dopo il suo ritorno trionfale dalla Spagna nell’ottobre del 45 a.C. Con Cesare si ha dunque il primo ritratto di personaggio vivente sulla moneta romana; né Silla né Pompeo avevano osato tanto. Ma da questo momento in poi i principali uomini politici che si disputeranno il potere dopo la sua morte, porranno sulla moneta il loro ritratto.

Ma non solo, da lì in avanti, l’immagine dell’imperatore verrà spesso associata a quella delle divinità, per affermare l’origine soprannaturale del suo potere. Un altro fulgido esempio di uso del denaro a fini di propaganda, non più per celebrare il culto della personalità bensì per decantare la superiorità culturale e tecnologica di Roma è il sesterzio sul quale venne raffigurato il Colosseo. L’Anfiteatro Flavio, fu iniziato nel 72 d.C. dall’imperatore Vespasiano. Questa monumentale opera architettonica, fu il più grande stadio mai realizzato nell’antichità e sorse sopra un laghetto artificiale che Nerone aveva fatto costruire in uno dei giardini della Domus Aurea, dove si trovava una enorme statua di bronzo in suo onore, un colosso quindi che diede il nome all’arena.

Venne inaugurato nell’80 dall’imperatore Tito, figlio e successore di Vespasiano, che per l’occasione fece battere una bellissima moneta sulla quale si vedono una fontana detta Meta Sudans, e dall’altro lato un edificio ed un porticato che non ci non più. Finito l’impero romano, nel medioevo e oltre, il denaro continuò ad essere utilizzato per fare propaganda e dopo la rivoluzione francese, Napoleone ne fece uno dei suoi cavali di battaglia facendosi raffigurare come i grandi imperatori romani del passato. Ma sarà sicuramente durante i due conflitti mondiali che il denaro diverrà uno strumento indispensabile per affermare il proprio potere. Per parafrasare il grande scrittore francese Georges Bernanos: «Un pensiero che non produce un’azione non è poi gran cosa, ed un’azione che non derivi da un pensiero non è proprio niente del tutto».

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