Tra calo del Prodotto interno lordo (PIL) globale, escalation di finanziamenti alle imprese e una grande massa di obbligazioni che arriveranno sul mercato per finanziare la ripresa, il calcolo di quanto costa la crisi economica da Covid – 19 e di quanto tempo ci vorrà per assorbirla è l’esercizio su cui gli economisti si stanno misurando in queste settimane.

Il punto di riferimento è la stima fatta da Goldman Sachs ha aggiornato le sue previsioni sull’area Euro secondo cui il PIL europeo calerà del 9% nel 2020 per risalire a un +7,8% nel 2021. Le indicazioni sull’Italia non sono rosee: le stime parlano di un -11,6% del PIL nel 2020 e di un rimbalzo del +7,9% nel 2021 e non va meglio per Francia (-7,4% nel 2020 e +6,4 nel 2021), Germania (-8,9% nel 2020 e +8,5% nel 2021) e Spagna (-9,7% nel 2020 e +8,5% nel 2021). Tutto questo se il blocco delle attività produttive finirà entro il primo semestre del 2020 altrimenti lo scenario sarebbe ancora più negativo con una frenata del PIL europeo fino al 16% nel 2020 e una ripresa molto più lenta nel 2021.

Per gli esperti del World Economic Forum (WEF), ora è il momento di decisioni coraggiose. Si stima che COVID-19 potrebbe costare all’economia globale almeno 1.000 miliardi di dollari in perdita di produzione, ovvero circa l’1,3% del PIL globale, secondo le indicazioni dell’ONU, mentre per Fondo monetario internazionale (FMI) costerà 9 mila miliardi di PIL tra il 2020 e il 2021 e il PIL pro-capite scenderà quest’anno in 170 Paesi. E anche il Fondo monetario considera uno scenario più negativo sul rimbalzo atteso per il 2021: ci sarà solo se la pandemia scomparirà nella secondo semestre 2020.

A produzione e consumi in netto calo cercano di far fronte gli organismi internazionali: la Banca mondiale e il FMI si sono mossi rapidamente per impegnare rispettivamente fino a 12 miliardi di dollari e fino a 50 miliardi di dollari per far fronte all’impatto economico e fiscale di Covid -19. E per aiutare imprese ed economia reale ci sono le manovre delle banche centrali oltre all’utilizzo del controverso Meccanismo europeo di stabilità (MES), noto anche come Fondo salva-Stati, che è nato nel 2012 come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria della zona euro, che è ancora tema di trattativa tra i membri della UE.

Si possono dare già i numeri degli acquisti di titoli da parte della BCE: nell’ambito del Programma di Acquisti per l’Emergenza Pandemia (PEPP) sarà pari a 750 miliardi di euro, ma potrebbe essere esteso, privilegiando l’acquisto dei titoli di Stato italiani e spagnoli, fino a un totale di 915 miliardi di euro, di cui circa 700 miliardi in titoli italiani e 300 in titoli spagnoli, pari rispettivamente al 32% e al 27,5% del debito previsto a fine 2020 sulla base delle previsioni di Goldman Sachs.

Non c’è dubbio che lo scenario è da allarme rosso per l’economia mondiale. A dirlo con forza e con i numeri è stata anche l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) che elabora un indice – Composite Leading Indicator (CLI) – anticipatore dell’andamento dell’economia: a marzo ha registrato il maggiore calo mai visto finora. La ragione è proprio il brusco rallentamento dei consumi e della fiducia dovuti al lockdown generalizzato. In particolare l’indice è crollato in un solo mese di 0,8 punti – le oscillazioni anche in tempi di difficoltà non vanno mai oltre lo 0,1% – se si guarda ai 36 Paesi industrializzati membri dell’OCSE, con una discesa più marcata nell’area euro (-1,16 punti) contro gli 0,9 punti dei Paesi del G7, mentre fanno meglio i cinque principali Paesi asiatici (-0,27 punti). Se guardiamo in particolare all’Europa, è la Germania ad avere la contrazione mensile più ampia, seguita dal Regno Unito e dall’Italia. Questo indicatore è anche il termometro dell’andamento degli scambi commerciali globali che, secondo le stime OCSE, caleranno fra il 13% e il 32% nel 2020, peggio di quello che accadde nella crisi finanziaria del 2008-2009.

Una grossa spinta alle imprese e alle famiglie deve arrivare dal fronte fiscale. Secondo l’analisi di Pictet asset management, le manovre dei vari Governi si aggirano intorno al 3,2% del PIL globale, che con un moltiplicatore prossimo all’1,5 comporterebbero un impatto positivo sull’economia del 4,5%, più che in grado di compensare l’effetto negativo del virus oggi atteso (-3,5%). In Europa, per esempio, si è dato ampio margine di intervento ai singoli Stati, sospendendo il vincolo di bilancio del Patto di Stabilità, ma manca ancora una risposta unitaria e coordinata, in grado di evitate una crescita smisurata dei debiti pubblici dei singoli Paesi, nonostante l’intervento salvifico della BCE.

IDEE DI INVESTIMENTO

Uno studio congiunto della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) stima invece un effetto economico molto più elevato di un’eventuale choc di origine pandemica: tra il 2,2% e il 4,8% del PIL. Ma qualsiasi stima fatta oggi è solo il punto di partenza, perché ancora non è chiaro quanto sarà esteso il contagio, quando finiranno le misure restrittive sulla mobilità delle persone, quale sarà il tasso di mortalità e quanto lunga e diffusa sarà la portata dell’interruzione dell’attività produttiva.

Ci si interroga sul mondo dopo e, secondo l’analisi di Olivier De Berranger, Chief Investment Offier di La Financière de l’Echiquier, spingendo lo sguardo oltre il breve termine ci sono alcuni punti di riferimento che già oggi sono chiari e portano dalla globalizzazione alla glocalizzazione economica e segnano trend di investimento:

  • La revisione delle priorità degli Stati verso una maggiore resilienza: non si punterà più ad accrescere o conservare la propria potenza economica e militare, ma sul bisogno di garantirsi l’accesso ai servizi e ai beni essenziali, a volte abbandonati o affidati a poteri esterni.
  • Tra i servizi essenziali c’è la sicurezza sanitaria: gli Stati dovranno moltiplicare gli sforzi finanziari per sostenere il proprio sistema sanitario, e i primi beneficiari saranno i laboratori di ricerca, l’industria farmaceutica in generale e tutto l’universo medico, inteso anche nei suoi aspetti immobiliari (ospedali, case di riposo e così via).
  • La perdita della fiducia verso la globalizzazione spinge a rivedere le catene di approvvigionamento mondiali in diversi settori chiave: energia, beni alimentari di base, armi, reti di trasporto, telecomunicazioni, informatica.
  • Per tutti i Paesi diventa fondamentale migliorare il controllo del debito ma anche dei capitali delle aziende nazionali che si attua sia attraverso acquisti illimitati di obbligazioni delle banche centrali (Banca del Giappone, BCE e FED, per esempio saranno i primi grandi creditori dei propri Stati) e di una parte significativa delle azioni delle imprese in un quadro di operazioni indirette di nazionalizzazione.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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