Sono passati solo 5 anni da quando i primi autobus verdi brillanti di FlixBus hanno cominciato a solcare le strade della Germania. Preistoria, nell’epoca della sharing economy dove tutto corre veloce, e ha consentito alla start up di Monaco fondata nel 2013 da André Schwämmlein, Ceo dell’azienda conosciuta come l’Uber dei viaggi in autobus a lungo raggio, di diventare in pochi anni un peso massimo in Germania – dove controlla il 94% del mercato – e in Europa con 1700 destinazioni in 27 Paesi. Tanto che, il Vecchio Continente adesso è diventato stretto e nel mirino adesso c’è il mercato americano con l’obiettivo di fare concorrenza a Greyhound, il marchio storico a stelle e strisce dei viaggi in autobus.

La sfida in Europa è stata vinta sul servizio. La reputazione degli autobus a lunga percorrenza era ai minimi storici per via di mezzi non troppo curati e di orari quasi sempre scomodi per gli utenti. FlixBus ha cambiato questa immagine con autobus trendy, eco-compatibili e una flessibilità estrema anche nelle destinazioni. La spinta è stata la liberalizzazione del mercato tedesco degli autobus a lunga distanza cinque anni fa, ma il coraggio di proporre destinazioni lontane come Kiev, Lisbona e Oslo è stata la vera sfida lanciata ai viaggiatori che fino ad allora non avrebbero mai pensato di salire su un autobus per raggiungere mete così lontane.

Sharing economy: investire sulla mobilità condivisa

Dietro l’idea imprenditoriale di Schwämmlein e dei suoi soci Daniel Krauss, Jochen Engert, quest’ultimo anche managing director, c’è stato il sostegno dei capitali di alcune società di private equity come General Atlantic e Silver Lake Management, che hanno consentito alla start up tedesca di continuare a innovare servizi e parco mezzi introducendo, per esempio, viaggi in treno in Germania e sperimentando autobus elettrici a lunga distanza. Sono tutte scelte strategiche che rispecchiano l’evoluzione di FlixBus da semplice società di trasporto via bus, ad hub della nuova mobilità condivisa. Per questo nel 2016 è stato lanciato il nuovo brand FlixMobility che è anche la holding sotto cui si stanno sviluppando tutte le nuove iniziative.

Il modello è lo stesso di Uber. FlixBus non possiede neppure un autobus. La società lascia il volante a 300 partner, per lo più di piccole dimensioni, a conduzione familiare che detengono il 75% delle entrate dei biglietti, consentendo a FlixBus di concentrarsi sulla pianificazione, sul servizio clienti e sulla vendita dei biglietti online. Il marketing è tutto. Ed è proprio su questo aspetto che Schwämmlein e i suoi partner vogliono puntare per replicare il loro modello negli Stati Uniti. La prime tappe sono Los Angeles, Las Vegas e Phoenix. Ma il gioco non sarà semplice come in Europa. A dare battaglia a Greyhound aveva già provato la britannica Stagecoach Group, che nel 2006 introdusse il suo marchio Megabus negli Stati Uniti, ma ha fallito. La chiave di tutto ciò sarà il prezzo.

IDEE DI INVESTIMENTO

La sharing economy trova nel connubio tra start up e settore trasporti una formula vincente.  I numeri di questa nuova forma di economia sono impressionanti. Secondo una ricerca condotta a livello globale dal Politecnico di Milano dal titolo Sharing economy: dal possesso all’accesso sono 195 le start up censite dalla ricerca a livello internazionale che operano nell’ambito della condivisione di servizi e nella P2P Economy, con un finanziamento complessivo che supera di poco i 4 miliardi di dollari e un investimento medio di circa 25 milioni di dollari. Oltre la metà della raccolta riguarda il fenomeno bike sharing con le due start up Ofo e Mobike cinesi che hanno raccolto circa il 55% dei finanziamenti totali. Dalla ricerca emerge inoltre come la maggior parte degli investimenti (73%) si concentri sulle nuove imprese che operano nell’ambito Pseudo-sharing (quasi 3 miliardi di dollari), in cui rientrano appunto i trasporti che sono regolati da scambi di mercato, regolati a loro volta da transazioni monetarie.

La sharing economy è una parte importante del trend tecnologico che sta cambiando l’economia. Per un investimento di lungo periodo, la scelta che consente la migliore diversificazione di portafoglio e dei rischi è un fondo azionario globale settoriale (Categoria Morningstar: Azionari Settore Tecnologia).

Ecco come hanno reagito i fondi azionari tecnologia campioni di rendimento nel 2017:

Quanto rendono i migliori fondi azionari globali che investono in tecnologia

ProdottoPerformance 2017Performance YTDPerformance 3y
BGF World Technology A233,51%12,01%16,77%
Polar Capital Global Technology30,16%5,16%---
CS (Lux) Global Robotics Equity Classe BH Eur Acc29,47%10,06%17,70%
UBS (Lux) EF Gbl Multi Tech (USD) Q28,26%8,05%---
JPM US Technology A (dist) USD28,71%13,70%15,99%
T. Rowe Price Global Tech Eq A USD27,77%11,58%17,48%
AB SICAV I International Tech I Acc27,24%2,67%13,06%
AXAWF Fram Robotech G Cap USD26,30%6,40%14,05%
JPM Europe Dynamic Techs Fd A (dist) EUR25,97%2,15%---
Henderson Global Technology Fund25,04%7,28%12,05%
Pictet - Robotics P USD23,93%9,27%14,38%
JHCF Global Technology A USD Acc22,97%10,33%14,24%
Vitruvius Growth Opportunities B USD22,31%3,67%---
T. Franklin Technology Fund Usd Classe A (acc)21,94%11,11%14,05%
Pictet-Digital P USD20,38%5,03%12,30%
Nella tabella, i migliori fondi azionari tecnologia ordinati rendimenti da gennaio a dicembre 2017 e quanto hanno reso da gennaio a marzo 2018. Fonte: Morningstar Direct. Dati % in euro. Il rendimento a tre anni è annualizzato.

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Note

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