È cominciato il 10 di agosto 2018 il braccio di ferro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e le conseguenze sono evidenti sia sull’economia turca, sia sui mercati asiatici. In particolare, sulle Borse asiatiche ha avuto un impatto rilevante anche il fallimento dei negoziati sul trattato commerciale Nafta tra le delegazioni di Canada e Stati Uniti, anche in vista di una nuova ondata di dazi annunciati da Trump.

I mercati guardano però con maggior timore ad Argentina e Turchia. Il dollaro forte ha fatto correre l’inflazione turca che, ad agosto, nel pieno della crisi valutaria della lira turca che ha perso oltre il 7% contro dollaro, ha toccato il record del 17,9%. Non accadeva dal 2003. I prezzi in Turchia sono cresciuti del 2,3% rispetto a luglio e del 17,9% su base annua e poco ha fatto la ripresa del turismo per l’economia del Paese. La tensione sulla lira turca è stata acuita anche dai giudizi delle agenzie di rating Fitch e Moody’s sul Paese, tanto che Erdogan le ha definite “truffatrici”.

Qual è l’impatto della crisi turca sui portafogli

Cosa sta accadendo? La crisi valutaria è un duro colpo per Erdogan, che ha appena vinto le elezioni a giugno dopo averle convocate anticipatamente. I grandi investitori non si fidano della nomina a ministro del tesoro e delle finanze di Berat Albayrak, genero di Erdogan, il quale ha esercitato pressioni sulla banca centrale affinché non aumentasse i tassi di interesse, cosa che avrebbe aiutato a difendere la valuta e abbassare l’inflazione. La situazione, secondo il consensus degli analisti di Bloomberg è fuori controllo perché le banche turche e le imprese non finanziarie si sono indebitate pesantemente in dollari, quindi il calo della lira aumenterà drasticamente i loro costi di finanziamento, aumentando il rischio che questa diventi una vera e propria crisi del debito.

Nonostante tutto, Erdogan non intende fare un passo indietro e da sempre pensa che gli alti tassi di interesse siano “la madre di tutti i mali” e che aumentarli causi inflazione, non il contrario. Per questo Erdogan ha ipotizzato l’intervento del Fondo Monetario Internazionale (FMI) a sostegno della Turchia, immaginando anche un possibile aiuto dalla Cina, che da tempo è in attrito con gli Usa. Un aiuto concreto, per ora, è arrivato dal Qatar che a Ferragosto ha lanciato un’ancora di salvezza a Erdogan promettendo di investire 15 miliardi di dollari in Turchia.

 

IDEE DI INVESTIMENTO

Qual è l’impatto della crisi turca sul resto del mondo? Il rischio è il contagio, la trasmissione di problemi finanziari da una nazione all’altra ed è una mina anche in Europa per il sistema bancario. Anche se la Turchia non contagiasse direttamente altri Paesi, i suoi problemi potrebbero provocare una ritirata generale dai mercati emergenti più vulnerabili, Argentina in testa. La maggioranza degli economisti non prevede un contagio dato che la Turchia rappresenta solo l’1% dell’economia globale e il valore di mercato di tutte le società turche negoziate sulla Borsa di Istanbul è inferiore a quello della sola McDonald’s. Secondo Ubi Pramerica e Amundi la crisi attuale è più mite rispetto alla quelle avvenute negli ultimi 20 anni sui mercati emergenti:

  • Non ci troviamo in una situazione simile a quella che colpì i mercati emergenti nel 1997-98 che partì dalla Thailandia sempre a causa del dollaro contro la valuta locale (baht). Allora ad essere contagiate furono Indonesia e Corea del Sud e in maniera inferiore Hong Kong, Malesia e Filippine. Da allora qualcosa è cambiato: le economie asiatiche hanno reso più forti i bilanci e costruito riserve di valute estere come cuscinetti contro il panico.
  • Non ci troviamo nella stessa situazione che si verificò nel 2013 quando paesi come India, Indonesia,Messico e Polonia furono contagiati dal timore che la Federal Reserve stesse per assottigliare i suoi acquisti di lunga durata, facendo salire i tassi di interesse degli Stati Uniti e succhiando denaro dai mercati emergenti.

Non c’è dubbio che la crisi turca possa mettere sotto pressione altre nazioni. In particolare, il Sud Africa dove il declino del rand sta mettendo sotto pressione il presidente Cyril Ramaphosa, che è entrato in carica a febbraio con la promessa di porre fine alla corruzione e alla stagnazione; e l’Argentina dove una valuta in declino e crescenti rendimenti obbligazionari complicano il lavoro del presidente Mauricio Macri che sta cercando di attuare politiche economiche favorevoli al mercato.

Questo è il momento migliore per fare un check-up del portafoglio e capire se sia meglio stare in difesa con una rotazione di portafoglio e posizionarsi su asset che controllano meglio il rischio.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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