Il working paper di OECD dal titolo Fiscal and macroeconomic impacts of defence spending, analizza come l’aumento della spesa per la difesa, tornata centrale nel contesto geopolitico attuale, impatti su crescita, conti pubblici e struttura economica. Negli ultimi anni, infatti, i budget militari sono cresciuti rapidamente nei Paesi avanzati, spinti da un contesto di sicurezza deteriorato e da nuove esigenze strategiche. Secondo l’OECD, nel breve termine un incremento della spesa militare può avere effetti espansivi sull’economia: aumenta la domanda pubblica, sostiene l’occupazione e attiva filiere industriali, soprattutto nei Paesi con una base produttiva già sviluppata nel settore difesa. Ma cosa accade nel lungo periodo? È qui che emergono i principali nodi da sciogliere.
Conseguenze della spesa in difesa nel breve, medio e lungo termine
Nel breve periodo, la spesa in difesa funziona come uno stimolo fiscale. L’aumento della domanda pubblica può spingere il Prodotto interno lordo (PIL) e contribuire a utilizzare capacità produttiva inutilizzata. Tuttavia, questi effetti positivi non sono privi di costi. Nel medio-lungo periodo, una maggiore spesa militare può mettere sotto pressione i conti pubblici e richiedere scelte difficili. In molti casi, infatti, il riarmo viene finanziato tramite debito, rendendo necessarie politiche di consolidamento fiscale negli anni successivi. Al contrario, se comporta solo un aumento della spesa senza migliorare la capacità produttiva, nel lungo periodo rischia di avere effetti limitati o addirittura negativi. In particolare, nel medio-lungo periodo, una maggiore allocazione di risorse alla difesa può:
- comprimere altri capitoli di spesa pubblica (sanità, istruzione, welfare);
- richiedere un aumento del debito pubblico;
- generare pressioni su tassi di interesse e inflazione.
Un elemento chiave è la qualità della spesa. Non tutte le uscite militari hanno lo stesso impatto economico:
- gli investimenti in ricerca, innovazione e tecnologie “dual-use” (civili e militari) possono generare effetti positivi duraturi sulla produttività;
- la spesa corrente, invece, tende ad avere effetti più limitati nel tempo
L’impatto finale dipende quindi da due fattori chiave: come la spesa viene finanziata e come viene allocata. Un aspetto centrale riguarda la composizione degli investimenti. Le risorse destinate a ricerca, innovazione e tecnologie dual-use tendono a generare effetti economici più duraturi rispetto alla spesa corrente. Se ben indirizzata, quindi, la spesa in difesa può contribuire allo sviluppo tecnologico e industriale. In questo senso, il riarmo può contribuire allo sviluppo industriale e tecnologico, ma solo se integrato in una strategia più ampia di politica industriale.
Le differenze tra Paesi
L’impatto economico della spesa in difesa non è uniforme. Le economie con una base industriale avanzata nel settore possono beneficiare maggiormente dell’aumento della spesa, perché riescono a trattenere all’interno del sistema economico una quota rilevante degli investimenti. Diverso è il caso dei Paesi più dipendenti dalle importazioni di armamenti. In questi contesti, una parte significativa della spesa pubblica si traduce in domanda rivolta all’estero, riducendo l’impatto sulla crescita interna. Il working paper evidenzia proprio come l’effetto macroeconomico dipenda da variabili strutturali quali la composizione industriale, il grado di apertura commerciale e il contesto fiscale. Non esiste quindi un effetto automatico: lo stesso aumento di spesa può produrre risultati molto diversi.
Il report sottolinea che le grandi economie (Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Giappone) restano i principali spenders in valore assoluto, anche se non sempre ai primi posti in % del PIL. Se si guarda al PIL, invece, ai primi tre posti per spesa ci sono Israele (8,8% del PIL), Polonia (3,8%), Stati Uniti (3,2%), mentre in fondo alla classifica per spesa in difesa rispetto al PIL sino sono Messico, Irlanda, Austria, Svizzera, Costa Rica e Islanda. L’Europa sta convergendo verso l’alto con un aumento sincronizzato della spesa dopo il 2022, cosa rara storicamente e i Paesi più esposti geopoliticamente spendono di più (Polonia, Baltici, Israele). E l’Italia? Al momento la spesa è tra l’1,5-1,6% rispetto al PIL nella fascia bassa di spesa e sotto la media NATO che è del 2%.
Le sfide future
Nel medio-lungo periodo emerge una tensione strutturale sempre più evidente. Da un lato, i governi devono rafforzare la sicurezza nazionale in un contesto geopolitico complesso. Dall’altro, devono gestire finanze pubbliche già sotto pressione per effetto di fattori come l’invecchiamento della popolazione e gli investimenti legati alla transizione climatica.
L’OECD sottolinea che l’aumento della spesa in difesa si inserisce in un quadro di vincoli fiscali crescenti, rendendo inevitabile, in molti casi, un riequilibrio dei conti pubblici nel tempo.La vera sfida per i policymaker sarà quindi trovare un equilibrio tra sicurezza, sostenibilità del debito e crescita economica. Questo implica anche migliorare l’efficienza della spesa, per esempio attraverso sistemi di procurement più efficaci e politiche industriali coordinate.
Le conseguenze per chi investe
Per gli investitori, l’aumento della spesa in difesa rappresenta un trend strutturale con implicazioni rilevanti. In particolare:
Nel breve periodo:
- i settori legati alla difesa, aerospazio e sicurezza possono beneficiare di maggiore domanda;
- alcune filiere industriali (tecnologia, semiconduttori, cybersecurity) possono essere trainate indirettamente.
Nel medio-lungo periodo:
- un aumento del debito pubblico può portare a tassi più alti;
- politiche fiscali restrittive future possono rallentare la crescita;
- eventuali effetti inflazionistici possono incidere sui mercati finanziari.
IDEE DI INVESTIMENTO
La spesa in difesa può sostenere l’economia nel breve termine, ma i suoi effetti nel lungo periodo non sono scontati. Tutto dipende da equilibrio, qualità degli investimenti e sostenibilità dei conti pubblici. Per chi investe, diventa cruciale adottare una visione selettiva e di lungo periodo, valutando:
- la qualità della spesa pubblica
- la solidità fiscale dei Paesi
- le dinamiche industriali sottostanti
Investire nel settore della difesa in modo sostenibile non è impossibile. Secondo un’analisi di Robeco, è necessario un approccio dinamico, dato che le politiche di spesa militare possono cambiare con il contesto geopolitico.
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Note
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