È un gennaio da record, quello che stiamo per archiviare, e che sorride all’azionario italiano. Da inizio anno, infatti, l’indice di Milano porta a casa un ottimo +7,45%, avvicinandosi alla vetta delle classifiche dove troviamo l’indice di Atene (+8.19%), il Nasdaq 100 (+8.35% in Usd) ed il Moscow RTS (+9.52% sempre in Usd). Complessivamente la quasi totalità dei principali listini si sta muovendo in territorio positivo, nonostante le ultime sedute abbiano chiuso prevalentemente in rosso.

I fattori di successo sono stati molteplici. Tra questi non possiamo non menzionare l’ondata di M&A nel settore farmaceutico, sanitario e biotecnologico, che ha generato volumi ben oltre le aspettative. La riforma fiscale Usa sembra avere smosso qualcosa tra le Big Pharma, che si stima abbiano circa 160 miliardi di dollari investiti all’estero. Da inizio anno il volume delle operazioni nel settore ammonta a circa 27 miliardi di dollari, il che fa presumere che possa esserci ancora spazio per ulteriori manovre.

Il settore farmaceutico e sanitario è cresciuto di circa il 5,50% (e che supera il 10% con la copertura in euro) e quello biotecnologico quasi dell’8%. Seguono finanza (+7,31%) ed IT (+5,49%). Sono pochi i settori in flessioni, e tra questi troviamo ancora l’immobiliare e le utilities.

Più controversa è la situazione sui mercati obbligazionari, dove il fattore valutario rappresenta ancora la variabile chiave. Il cambio Euro/Dollaro sembra infatti deciso a conquistare quota 1,25, forte di un allungo superiore al 3,50% da inizio 2018. L’effetto sul risparmio gestito è immaginabile: mediamente i governativi Usa cedono fino al 4%, con particolari difficoltà per le scadenze medio-lunghe. Non è un momento facile nemmeno per i corporate a breve termine, in flessione di quasi il 3%. Solo gli investimenti in bond societari ad elevato rendimento coperti in euro riportano l’obbligazionario a stelle e strisce in positivo.

Analisi di mercato: il dollaro debole non ha effetto solo sui bond

L’allungo della corona norvegese, del renminbi cinese, del franco svizzero, della sterlina inglese e del dollaro australiano tengono compagnia all’euro con performance discrete. Il dollaro debole non ha effetti solo sul mercato obbligazionario. Molte materie prime, espresse in dollari, si stanno vivacizzando (l’indice sulle commodities è cresciuto di oltre il 3%) sostenendo così le economie produttrici, perlopiù emergenti. Delicata la questione petrolio (+2,50% circa): le quotazioni che crescono per effetto del dollaro meno costoso dovrebbero stimolarne la produzione, ma questa risulta imbrigliata in un accordo Opec che vincolerà i membri per tutto l’anno ai livelli del 2016. Si salvano però gli Usa che, insensibili all’effetto del cambio, stanno attuando aumenti record alla produzione giornaliera.

La svalutazione del biglietto verde ha inoltre stimolato l’inflazione, permettendo alla Fed di continuare ad alzare i tassi, mentre la Bce, giusto la scorsa settimana, ha confermato i tassi a zero ed il QE fino a settembre. In quest’ottica, pur rimanendo validi gli imperativi di diversificazione e di prudenza, soprattutto sotto l’aspetto del rischio valutario, i mercati continuano ad essere ben impostati permettendo di sfruttare questa fase del ciclo, ormai maturo, con percentuali di azionario ancora consistenti e ben articolate sui settori innovativi e prociclici.

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Note

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