Le luci di Davos si sono appena spente, il braccio di ferro tra euro e dollaro è destinato a durare per tutto l’anno. Da una parte ci sono gli Stati Uniti di Donald Trump che ha scelto le maniere forti su svalutazione del dollaro, vantaggi fiscali alle imprese e dazi, dall’altra c’è la Banca centrale europea (BCE) di Mario Draghi alle prese con l’annunciata fine del Quantitative easing (QE), un’inflazione debole e un euro mai così forte (il 26 gennaio ha sfondato 1,25 dollari sul dollaro, +18% sul dollaro rispetto al gennaio 2017).

La forza dell’euro sempre sopra la soglia di 1,24 dollari, sui massimi dal 2014 a questa parte, comincia a preoccupare la BCE, che prima di riassorbire la sua politica espansiva deve per forza vedere aumentare l’inflazione verso l’obiettivo di un valore vicino al 2% (attualmente il valore è all’1,4% ma le stime della BCE per l’Eurozona relative al 2017 sono al 2,2%, mentre restano invariata quelle per il 2018 e 2019 rispettivamente all’1,8% e all’1,7%). Ma se l’euro resta così forte il livello dei prezzi è destinato a sgonfiarsi, togliendo valore alle importazioni in Europa. Cosa potrebbe accadere? Secondo l’analisi di Standard & Poor’s la fine del QE potrebbe allontanarsi e non verificarsi, come previsto, entro la fine del 2018.

Non è una grana da poco per Mario Draghi, che ha creato nei mercati l’attesa per un rialzo dei tassi di interesse entro l’inizio del 2019, ma con un euro così questo obiettivo potrebbe allontanarsi. Lo scenario è ancora una volta da guerra valutaria esattamente come un anno fa anche se al G20 è stato sottoscritto da tutti l’impegno a non fare svalutazioni competitive.
«L’euro forte ha sicuramente un impatto negativo per la maggior parte delle compagnie Europee che esportano. Detto ciò è fondamentale evidenziare che per la prima volta in molti anni stiamo assistendo a una crescita sincronizzata di tutti i paesi europei, degli USA e della Cina», ha detto Andrea Carzana, gestore azionario europeo di Columbia Threadneedle Investments. Tale crescita sincronizzata avrà un effetto leva sui profitti delle compagnie. Tale crescita riuscirà più che a compensare l’effetto negativo del forte euro. Per tale ragione rimaniamo convinti che l’Europa sia il mercato da acquistare oggi».

IDEE DI INVESTIMENTO

Nella gestione del portafoglio la variabile valuta deve guidare le scelte di investimento soprattutto in fasi come questa. La forza dell’euro rispetto al dollaro ha degli effetti diretti su azioni, bond, materie prime e, secondo l’analisi di Barclays il cambio euro/dollaro resterà a 1,22 per tutto il 2018. Ed è proprio il rafforzamento dell’economia dell’area euro insieme all’annunciate fine del QE a spingere la valuta europea.

Ecco l’impatto del cambio euro/dollaro per gli investimenti:

  • Il mini dollaro al momento sta facendo benissimo alla Borsa americana che continua a macinare record e per un investitore area euro resta una buona opportunità a patto di investire attraverso un fondo specializzato su Wall Street  che abbia una copertura del rischio di cambio.
    Per i gestori è l’Europa il mercato da acquistare con convinzione oggi non solo perché la moneta è forte e gli utili in ascesa, ma perché fa notare Lucy O’Carroll Chief Economist, Aberdeen Asset Management la ripresa è generalizzata. Secondo i calcoli del Fondo monetario internazionale (FMI) la stima della crescita sincronizzata globale è al 3,9% nel 2018 e anche nel 2019.
  • Un euro forte indebolisce l’export della aziende europee, ma il mercato italiano fa eccezione e rappresenta una buona scelta perché le aziende made in Italy hanno il 66% dell’export diretto a Paesi all’interno dell’Europa e solo il 9% verso gli Stati Uniti. Inoltre l’indice FTSE MIB di Piazza Affari ha un forte peso del settore bancario che soffre meno in caso di apprezzamento dell’euro. La forza dell’Italia può essere colta con un fondo azionario specializzato su Piazza Affari magari PIR compliant per cogliere anche il vantaggio fiscale nel lungo termine.
  • Sul fronte obbligazionario, l’euro forte è fonte di pressione sull’inflazione europea: entro settembre 2018 è prevista la fine Quantitative easing, ma c’è già nell’aria una possibile proroga dei termini. Questi si traduce in rendimenti dei bond europei bassi e prezzi molto alti, mentre accade il contrario in America. Secondo il consensus dei gestori, in questa fase per cercare rendimento sui bond è meglio restare sui fondi obbligazionari corporate bond e mercati emergenti.
  • Un mini dollaro è anche sinonimo di petrolio forte e in generale di materie prime forti. Il Fondo monetario internazionale (FMI) in uno studio ha messo in evidenza come un rialzo annuale del 10% del petrolio si traduce in un aumento dello 0,4% dell’inflazione a breve. Secondo questo calcolo, in America si dovrebbe avere un incremento dell’1,2% dell’inflazione, mentre in Europa solo dello 0,4% lontano dagli obiettivi di Draghi.

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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