Per oltre trent’anni la domanda che le imprese si sono poste è stata quasi sempre la stessa: dove costa meno produrre? La risposta, per molti settori, era una sola: Cina. Grazie a manodopera abbondante, infrastrutture moderne e una rete di fornitori senza eguali, il Paese è diventato la “fabbrica del mondo”, il cuore della globalizzazione che ha sostenuto la crescita economica dagli anni Novanta in poi. Oggi quella domanda è cambiata.
Le aziende continuano a cercare efficienza, ma devono rispondere anche ad altre esigenze: garantire continuità alle forniture, ridurre i rischi geopolitici, assicurarsi l’accesso a energia, semiconduttori e materie prime critiche, avvicinare la produzione ai mercati di sbocco. In altre parole, il costo non è più l’unico criterio di scelta.
Il risultato non è la fine della globalizzazione, come spesso si sente dire, ma una sua trasformazione. Il Fondo Monetario Internazionale parla di frammentazione geoeconomica: un processo in cui commerci, investimenti e catene del valore si stanno riorganizzando seguendo sempre più spesso considerazioni strategiche e di sicurezza oltre che economiche.
Secondo Il Fondo Monetario internazionale (FMI), se questa frammentazione dovesse accentuarsi, il costo per l’economia mondiale potrebbe essere significativo, soprattutto per i Paesi più aperti agli scambi internazionali. Per chi investe, capire dove si stanno spostando produzione, infrastrutture e capitali significa leggere in anticipo alcuni dei cambiamenti che potrebbero caratterizzare la crescita globale del prossimo decennio.
Perché la globalizzazione non è finita, ma sta cambiando forma
La pandemia è stata il primo campanello d’allarme. Quando nel 2020 molte fabbriche asiatiche hanno rallentato la produzione e i trasporti internazionali si sono bloccati, numerose aziende occidentali si sono ritrovate senza componenti essenziali. Da quel momento la parola resilienza è entrata stabilmente nel vocabolario dei consigli di amministrazione.
Negli anni successivi altri fattori hanno accelerato questa trasformazione: le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina, gli attacchi alle rotte del Mar Rosso, la competizione per i semiconduttori e le politiche industriali introdotte da Washington, Bruxelles e Pechino. Eventi diversi tra loro, ma accomunati da una stessa lezione: dipendere da un unico Paese o da una sola rotta commerciale può rappresentare un rischio. Per questo motivo le imprese stanno adottando nuove strategie produttive. In particolare:
- Il reshoring consiste nel riportare parte della produzione nel Paese d’origine.
- Il nearshoring punta invece ad avvicinare gli stabilimenti ai mercati di consumo.
- Il friendshoring privilegia Paesi considerati politicamente affidabili.
Sempre più diffusa è anche la strategia China+1: mantenere una presenza produttiva in Cina affiancandola però a un secondo polo manifatturiero, così da ridurre la dipendenza da un solo mercato. Secondo l’OCSE, questa maggiore diversificazione delle catene di fornitura rappresenta una risposta più efficace rispetto a un ritorno generalizzato della produzione nei Paesi d’origine. Il commercio internazionale continua a generare efficienza e innovazione, ma le imprese cercano oggi di distribuirne meglio i rischi.
Anche il World Economic Forum osserva che le catene globali del valore stanno entrando in una nuova fase, nella quale competitività e resilienza diventano due obiettivi da perseguire contemporaneamente. Le aziende non cercano più soltanto il fornitore meno costoso, ma quello capace di garantire continuità, stabilità e rapidità di risposta in uno scenario sempre più incerto.
Questa evoluzione spiega perché parlare oggi di deglobalizzazione sia riduttivo. Le merci continuano a viaggiare, ma cambiano le rotte, i partner commerciali e i luoghi in cui vengono realizzati gli investimenti produttivi.
Dalla Cina alla strategia China+1: perché le aziende stanno diversificando
La Cina resta una potenza manifatturiera senza rivali. Nessun altro Paese dispone oggi di una rete industriale altrettanto ampia, integrata e specializzata. Per questo motivo le multinazionali non stanno abbandonando Pechino. Stanno facendo qualcosa di diverso: stanno costruendo una seconda gamba della propria produzione: è il China+1, ovvero diversificare la produzione e le catene di approvvigionamento aggiungendo almeno un’altra nazione.
Apple è uno degli esempi più citati. Negli ultimi anni ha accelerato l’espansione della produzione di iPhone in India attraverso Foxconn e altri fornitori strategici, mantenendo però una presenza fondamentale in Cina. Lo stesso vale per Samsung, che da tempo ha rafforzato la produzione in Vietnam, e per numerose aziende dell’elettronica, dell’abbigliamento e dell’automotive che stanno distribuendo la produzione su più Paesi asiatici.
Secondo McKinsey, il commercio mondiale non sta rallentando quanto sta cambiando direzione. Accanto ai tradizionali flussi tra Stati Uniti, Europa e Cina stanno acquistando peso nuove relazioni economiche tra economie emergenti, con l’India e il Sud-est asiatico che assumono un ruolo sempre più centrale nelle catene globali del valore. Anche gli investimenti seguono questa nuova geografia. Non è un caso che, negli ultimi anni, molti governi abbiano lanciato piani di incentivi per attrarre imprese internazionali. La competizione non riguarda più soltanto il costo del lavoro: riguarda infrastrutture, energia disponibile, formazione, stabilità normativa e capacità di costruire ecosistemi industriali in grado di attrarre investimenti di lungo periodo.
India, Vietnam, Messico e Arabia Saudita: i nuovi protagonisti della produzione globale
Se la Cina rimane il principale centro manifatturiero mondiale, la nuova geografia della produzione ha già iniziato a disegnare altri poli di crescita. Non esiste un unico erede della Cina, ma si sta formando una rete di Paesi specializzati che intercettano investimenti in funzione delle proprie caratteristiche. In particolare:
- L’India è probabilmente il caso più osservato. Oltre a essere il Paese più popoloso del mondo, dispone di un mercato interno in rapida espansione, una forza lavoro giovane e un governo che da anni sostiene la manifattura attraverso programmi di incentivazione destinati ai settori strategici. Elettronica, farmaceutica, semiconduttori e componentistica sono tra gli ambiti in cui Nuova Delhi punta a rafforzare il proprio ruolo. Secondo diverse analisi di Goldman Sachs e Morgan Stanley, l’India potrebbe essere uno dei principali beneficiari della strategia “China+1”, grazie alla combinazione di crescita economica, investimenti infrastrutturali e sviluppo industriale. Il Paese sta inoltre attirando quote crescenti di investimenti diretti esteri proprio nei comparti ad alto valore aggiunto.
- Il Vietnam rappresenta invece uno degli esempi più concreti di diversificazione produttiva già in atto. Negli ultimi anni numerose multinazionali dell’elettronica, del tessile e della componentistica hanno ampliato la propria presenza nel Paese, favorito dalla vicinanza geografica alla Cina, da una rete di accordi commerciali internazionali e da costi ancora competitivi. Per molte imprese il Vietnam non sostituisce la Cina: la affianca, diventando il secondo pilastro della produzione asiatica.
- Una logica diversa caratterizza il Messico. Qui il fattore decisivo è la prossimità agli Stati Uniti. Il fenomeno del nearshoring sta spingendo sempre più aziende americane a localizzare parte della produzione oltreconfine per ridurre tempi di consegna, costi logistici ed esposizione ai rischi geopolitici. Automotive, elettrodomestici, componentistica industriale e logistica sono tra i settori che stanno beneficiando maggiormente di questa tendenza.
- C’è poi un protagonista meno scontato: l’Arabia Saudita. Per decenni identificata quasi esclusivamente con il petrolio, oggi il Regno sta cercando di trasformarsi in un hub industriale e logistico tra Asia, Europa e Africa. Attraverso il programma Vision 2030, Riad sta investendo centinaia di miliardi di dollari in infrastrutture, manifattura avanzata, tecnologie, energie rinnovabili e trasporti con l’obiettivo di diversificare l’economia e attrarre capitali internazionali.
Secondo l’UNCTAD, che monitora gli investimenti diretti esteri a livello globale, la competizione per attirare nuovi impianti produttivi e grandi progetti industriali è diventata uno dei principali motori della crescita economica. Sempre più governi utilizzano incentivi fiscali, investimenti pubblici e politiche industriali per conquistare una posizione nelle nuove catene globali del valore. La vera novità è che oggi non competono soltanto le imprese. Competono anche i Paesi.
Le nuove autostrade dell’economia: non si spostano solo le fabbriche
Quando si parla di commercio mondiale si immaginano spesso container, porti e navi. Ma la nuova geografia economica riguarda molto di più. Ogni nuova fabbrica ha bisogno di energia affidabile. Ogni centro produttivo richiede reti elettriche più potenti, collegamenti ferroviari, data center, cavi sottomarini per il traffico dei dati, magazzini automatizzati e infrastrutture digitali. In altre parole, quando si sposta la produzione si spostano anche gli investimenti necessari per sostenerla.
È uno dei motivi per cui il World Economic Forum considera le infrastrutture uno dei grandi temi economici del prossimo decennio. Le imprese non scelgono più soltanto dove produrre, ma valutano la qualità dell’intero ecosistema che circonda uno stabilimento: disponibilità energetica, connessioni logistiche, reti digitali, stabilità normativa e accesso ai mercati.
In questo contesto stanno assumendo importanza nuovi corridoi commerciali. Il progetto India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), annunciato nel 2023, punta a collegare India, Penisola Arabica ed Europa attraverso una rete integrata di porti, collegamenti ferroviari, infrastrutture energetiche e connessioni digitali. Non sostituirà le rotte tradizionali, ma rappresenta un esempio di come il commercio internazionale stia cercando percorsi alternativi e più resilienti. Lo stesso vale per gli investimenti in porti, terminal logistici, reti elettriche e data center che stanno accompagnando la diffusione dell’intelligenza artificiale. Le nuove fabbriche non producono soltanto beni materiali: producono e consumano enormi quantità di dati ed energia. Per questo motivo manifattura, infrastrutture digitali ed energia stanno diventando sempre più interdipendenti.
Per gli investitori il messaggio è chiaro: la trasformazione della geografia produttiva non riguarda soltanto i Paesi emergenti. Coinvolge un intero ecosistema di aziende che costruiscono infrastrutture, sviluppano software industriali, gestiscono la logistica, producono componenti per l’automazione o realizzano reti elettriche e data center.
Dove possono nascere le opportunità di investimento
Quando si osserva la nuova geografia della produzione, la tentazione è chiedersi quale sarà il prossimo Paese vincente. Ma questa è probabilmente la domanda sbagliata. Le grandi trasformazioni economiche raramente premiano un solo mercato. Più spesso fanno nascere nuovi ecosistemi industriali che coinvolgono imprese, infrastrutture, tecnologie e servizi distribuiti in più aree del mondo. Pensiamo a uno smartphone. Può essere progettato negli Stati Uniti, utilizzare chip prodotti a Taiwan, essere assemblato in India, integrare componenti realizzati in Vietnam e raggiungere l’Europa attraverso nuovi corridoi logistici. Il valore non nasce in un solo luogo, ma lungo una filiera globale sempre più articolata.
Per questo, chi investe dovrebbe guardare oltre i confini geografici e osservare i grandi temi che stanno accompagnando questa trasformazione. In particolare:
- Il primo riguarda le infrastrutture. Nuovi poli industriali richiedono porti, reti ferroviarie, aeroporti, magazzini automatizzati, reti elettriche e connessioni digitali. Sono investimenti che richiedono anni per essere completati e che possono sostenere la crescita di interi comparti economici.
- Il secondo è l’automazione industriale. Produrre più vicino ai mercati finali significa spesso sostenere costi del lavoro più elevati. Per mantenere la competitività, le aziende investono sempre di più in robotica, software industriali e intelligenza artificiale applicata alla produzione.
- Il terzo è la logistica. Supply chain più distribuite significano una domanda crescente di servizi per trasporto, tracciabilità, gestione dei magazzini e ottimizzazione dei flussi commerciali.
- Il quarto è l’energia. Nuove fabbriche, data center e infrastrutture digitali richiedono quantità sempre maggiori di elettricità. Non è un caso che reti elettriche, sistemi di accumulo e produzione energetica siano diventati elementi centrali della competitività industriale.
In altre parole, la nuova geografia della produzione non crea opportunità soltanto per chi costruisce fabbriche. Le crea anche per tutte quelle imprese che rendono possibile il loro funzionamento.
IDEE DI INVESTIMENTO
Naturalmente nessuno può prevedere con certezza quali Paesi cresceranno più rapidamente o quali aziende saranno le vincitrici di questa trasformazione. È proprio per questo che, invece di inseguire il nuovo Paese di moda, può essere più efficace costruire un portafoglio ben diversificato, capace di intercettare i grandi trend di lungo periodo attraverso fondi comuni che investono su più aree geografiche e settori.
Per gli investitori questo significa cambiare prospettiva. Non limitarsi a osservare quale Paese stia crescendo più velocemente, ma capire quali trasformazioni stanno ridisegnando l’economia mondiale e quali imprese sono nelle condizioni di beneficiarne.
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Note
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