Era già tutto previsto. L’accordo tra produttori Opec e non Opec per estendere nel tempo i tagli alla produzione è stato raggiunto senza soprese, ma ai mercati non è bastato e il prezzo del petrolio continua a restare stabilmente ben sotto i 50 dollari. L’intesa siglata a Vienna ha confermato quella del novembre 2016 e in scadenza il 30 giugno, estendendola di nove mesi, fino al marzo 2018. Una decisione attesa così come le bocciature dell’opzione che prevedeva l’estensione dei tagli a dodici mesi, contro i nove approvati, come non è passato l’aumento dei tagli giornalieri che resta a 1,2 milioni di barili al giorno totali per l’Opec e poco meno di 600 mila per gli altri produttori.

Insomma, l’accordo in corso è una fotocopia di quello in scadenza comprese le esenzioni accordate a Libia e Nigeria, che non subiscono sforbiciate, e all’Iran, cui è consentito un minimo incremento. Per le grandi società petrolifere l’obiettivo resta sempre lo stesso: far tornare i prezzi del petrolio almeno a 55-60 dollari al barile, un livello considerato di sicurezza per i bilanci del settore. Ma l’effetto dell’accordo ha fatto muovere il prezzo in maniera contraria. «Le aspettative nei giorni immediatamente precedenti al meeting dell’OPEC del 25 maggio erano orientate verso l’adozione di una sorta di “whatever it takes” per stabilizzare il prezzo del greggio messo sotto pressione dalla difficoltà di controllare i volumi di produzione all’interno e all’esterno del cartello», ha detto Massimo Saitta, Direttore Investimenti di Intermonte Advisory e Gestione. «Così non è stato con i paesi produttori all’interno dell’OPEC che si sono limitati a confermare l’estensione del tetto produttivo da novembre a tutto il primo trimestre. Una manovra giudicata insufficiente dai mercati che hanno alleggerito le posizioni speculative accumulate prima dell’incontro».

IDEE DI INVESTIMENTO

A condizionare l’andamento del prezzo del petrolio ci sono due fattori chiave:

  • La domanda di materia prima da parte delle economie emergenti non cresce più una volta e in generale non cresce più la domanda mondiale di petrolio tanti che l’Aie nel suo ultimo Oil Market Report, ha certificato come nel 2017 in media la domanda di petrolio aumenterà di 1,3 milioni di barili al giorno a 97,9 milioni, meno rispetto alla crescita registrata nel 2016 (1,63 milioni di barili al giorno) e nel 2015 (1,96 milioni di barili al giorno).
  • Lo sviluppo del mercato delle rinnovabili in Cina e India, che ha appena varato un  piano di mobilità green, spinge verso una riorientamento del settore energia i due Paesi che sono identificati come i motori dell’economia mondiale.

Eppure, il rialzo dei prezzi del barile potrebbe arrivare già nel secondo semestre 2017. A crederci sono gli hedge fund che, secondo Bloomberg, hanno cominciato a scommettere sul superamento della soglia dei 55 dollari. Tra gli ottimisti ci sono anche gli analisti di RBC che ipotizzano rialzi fino a 65-70 dollari al barile da settembre in avanti, a causa del calo delle scorte; più prudenti gli analisti di MPS Capital Services che vedono il petrolio oscillare in un range tra 50 e 60 dollari al barile per tutto il 2017; tra i pessimisti c’è invece Goldman Sachs che in un report dal titolo Oil Nearing Capitulation emesso a inizio di maggio, quindi ben prima del taglio confermato dall’Opec, prevedeva già un tracollo del prezzo del barile che dovrebbe restare ben sotto i 50 dollari.

 

Note

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