Hanno cominciato gli americani, ma l’Arabia Saudita non vuole restare indietro. C’è una nuova battaglia nel segmento del petrolio e riguarda i derivati dello shale gas e dello shale oil, ovvero il gas e il petrolio di scisto. La produzione petrolifera in questo settore si sta espandendo in maniera esponenziale negli Stati Uniti, mentre in Europa la tecnica del cosiddetto fracking è osteggiata. La conseguenza di questa attività frenetica americana è una spinta enorme alla produzione di plastica che deriva dall’industria petrolchimica. A denunciarlo è stato il Wall Street Journal che ha riportato la crescita esponenziale degli investimenti americani nel settore petrolchimico che hanno raggiunto 185 miliardi di euro.

Qual è l’obiettivo della produzione di plastica made in Usa? Aumentare il valore delle esportazioni di prodotti petrolchimici (plastica, fertilizzanti, solventi, adesivi e così via) che, secondo i calcoli della società di analisi Ihs Markit, potrebbe crescere fino a 110 miliardi all’anno da qui al 2027 (contro i 17 miliardi di valore nel 2016) eguagliando l’Arabia Saudita, finora leader in questo campo. Del resto, il mercato non manca. La richiesta di plastica è in continuo aumento anche per i device tecnologici, come smartphone e tablet, oltre che per gli alimenti per bambini, le bottiglie e così via.

Il Financial Times ha già ribattezzato la svolta americana sulla produzione petrolchimica come la seconda “shale revolution”, che non solo porterà ad un aumento delle esportazioni di plastica, ma anche a un aumento della produzione americana di petrolio a 800 mila barili al giorno entro il 2020. Per questo l’Arabia Saudita non intende restare a guardare e in questa nuova partita a scacchi del petrolio ha già messo in atto le sue contromosse. Al centro c’è il cambio di pelle e l’Ipo di Saudi Aramco attesa nel 2018 che nei piani del principe Mohammed bin Salman porterà il Paese arabo verso una nuova ricchezza economica meno dipendente dal petrolio entro il 2030.

L’obiettivo è di aprire il capitale di Saudi Aramco agli investitori esteri per farne una società leader nell’energia e nella chimica entro 15 anni. E la spinta sul petrolchimico è arrivata proprio questa estate con la messa in funzione del complesso chimico di Sadara a Jubail, in Arabia Saudita, l’unità per MDI polimerico (PMDI), intermedio destinato alla formulazione di poliuretani.
Realizzato in joint-venture tra Dow e Saudi Aramco, il complesso chimico Sadara di Jubail comprende 26 impianti petrolchimici per un investimento di oltre 20 miliardi di dollari. Se tutto va come previsto, Sadara produrrà tonnellate di plastica e altri prodotti chimici dalle palle da golf, alla gomma dei divani fino ai saponi.

IDEE DI INVESTIMENTO

Quando il prezzo del petrolio scende la produzione petrolchimica diventa un affare per le aziende del settore. All’interno dell’industria petrolifera, infatti, le unità chimiche sono state spesso marginali, ma con il greggio a meno di 50 dollari la strategia delle aziende del settore come Exxon Mobil, Royal Dutch Shell e Total SA è cambiata. Perché la produzione petrolchimica è solitamente più redditizia quando i prezzi del greggio scendono, rendendo il materiale di consumo più economico. Saudi Aramco. La conseguenza di questa seconda rivoluzione dello shale oil è una sovrapproduzione di plastica. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, dell’Università della California a Santa Barbara e di altri istituti di ricerca pubblicati su “Science Advances” si tratterebbe di 8,3 miliardi di tonnellate, di cui 6,3 miliardi sono già diventati spazzatura.

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Note

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Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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