La cancelliera europea Angela Merkel è la leader europea più sotto pressione dell’Unione. Ma è proprio un suo “sì” ad aver aperto un nuovo capitolo per l’Unione monetaria europea: i 19 paesi della moneta unica adesso hanno un loro budget per lanciare un’offensiva sugli investimenti, contrastare le crisi e aumentare la convergenza economica fra i Paesi dell’area. Si tratta di una decisione importante in tempi di protezionismo e guerre commerciali che stanno mettendo sotto pressione i mercati, anche dopo le nuove tensioni Brexit. Tutti i fari degli analisti sono puntati sull’Europa e sul piano franco-tedesco di riforma dell’eurozona sottoscritto da Angela Merkel ed Emmanuel Macron che, in vista Consiglio europeo del 28 e 29 giugno 2018 ha già incassato il via libera di Mario Draghi, presidente della BCE, e di Pierre Moscovici, commissario UE agli Affari economici.

Cosa dice il piano? Il perno è l’istituzione di un Fondo monetario europeo, la creazione di un bilancio dell’eurozona e dell’unione bancaria, mentre sembra accantonata l’idea di un ministro delle finanze europeo. Al di là delle misure contenute nel piano, la strada dell’Unione europea di pensare come un unico corpo finanziario, con un proprio bilancio, è secondo gli osservatori una mossa giusta per arginare il protezionismo e non solo. La tenuta della ripresa economica, infatti, è a rischio di fronte alla guerra commerciale che hanno innescato i dazi voluti da Donald Trump sull’import americano di acciaio e alluminio, a cui è seguita la risposta europea sui diversi prodotti made in Usa tra cui la celebre motocicletta Harley Davidson a cui è seguito la minaccia di Trump di imporre dazi sull’auto europea. L’economia dei dazi è la nuova economia e la svolta sul bilancio dell’eurozona richiede tempo: le prime proposte concrete arriveranno entro il 2018 ma dovrebbe entrare in vigore non prima del 2021.

Riformare l’eurozona e metterla al riparo dalle crisi è l’obiettivo a lungo termine, a breve termine c’è il rischio che la crescita globale, ormai robusta, dopo anni sia minacciata. L’allarme è stato lanciato nelle colonne del Financial Times dalla Banca dei regolamenti internazionali (BRI), la banca centrale delle banche centrali: nell’Annual Economic Report è stimata una crescita globale del 3,9% nel 2018 e del 3,8% per il 2019. Gli economisti della BRI suggeriscono a tutti i Paesi di raddoppiare gli sforzi di riforma per consolidare un quadro favorevole che potrebbe deteriorarsi da un momento all’altro a causa di protezionismo, rialzo dei tassi e fuga degli investitori dal rischio.

L’avvicinamento tra Cina e Unione europea è una conseguenza del protezionismo di Trump. Tanto che, dopo il settimo China-EU High-level Dialogue su economia e commercio, l’obiettivo è difendere il sistema commerciale multilaterale globale, portando su nuovi livelli la partnership strategica con l’Unione Europea, insieme alla condivisione dell’impegno congiunto più deciso contro unilateralismo e protezionismo in favore del commercio basato sull’approccio multilaterale. Nel mirino, quindi, i dazi americani, anche se da parte dell’Unione Europea c’è il nodo irrisolto da lungo tempo relativo all’accordo completo sugli investimenti e sulla protezione della proprietà intellettuale i cui negoziati, partiti diversi anni fa, sembrano essersi arenati. Oltre alla lacuna della reciprocità degli investimenti c’è poi la questione dell’accesso ai mercati cinesi, impedito o ostacolato nei fatti, come denunciato ancora una volta appena pochi giorni fa da un report della Camera di commercio UE in Cina.

IDEE DI INVESTIMENTO

Il protezionismo di Donald Trump ha sortito il primo effetto sugli investitori: secondo i dati di Amundi, a maggio ci sono stati 2,2 miliardi di deflussi dall’eurozona che hanno portato 1,1 miliardi verso Wall Street. La voglia di America è tornata ed è stata trainata anche dai buoni rendimenti, soprattutto dell’indice Nasdaq, mentre negli ultimi 12 mesi l’indice DJ Euro Stoxx 50 – il più rappresentativo del mercato europeo – ha perso quasi il 6% del suo valore. Le Borse del Vecchio continente soffrono di più rispetto a Wall Street dell’incertezza geopolitica e delle guerre commerciali. Cosa fare adesso? Secondo l’analisi di Pictet non è il caso di agitarsi. «L’economia globale procede bene, anche se il ritmo di crescita è rallentato negli ultimi mesi e, dall’altra, sebbene la Federal Reserve statunitense sembri intenta a rispettare il suo programma ben pubblicizzato di graduale aumento dei tassi d’interesse, non crediamo che abbia alcuna fretta di inasprire la politica monetaria» si legge nel Barometro di giugno di Pictet. «Al contrario, riteniamo invece che le diverse autorità monetarie siano addirittura pronte a rallentare il ritmo di eliminazione degli stimoli se dovessero concretizzarsi le minacce di crescita, soprattutto per quanto riguarda la Banca Centrale Europea». Il suggerimento di Pictet è diminuire la posizione sui titoli ciclici, alleggerendo i finanziari, per esempio, e valutare un’esposizione al franco svizzero a copertura dalle turbolenze di mercato.
Per Tim Stevenson, Director Pan-European Equities di Janus Henderson Investors, invece è proprio questo il momento per tornare a investire in Europa. Per Stevenson, l’Europa è un’economia matura che offre spunti importanti per investire in macrotrend come il cambiamento demografico privilegiando un’ottica di lungo periodo.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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