Nella battaglia tra strategie attive e passive per la conquista di nuovi clienti, la decisione di Fidelity International che intende far pagare le commissioni di gestione sui fondi attivi solo se si batte il benchmark ha riaperto il dibattito, con molto scetticismo. La scelta di uno dei primari protagonisti del settore, con oltre 233 miliardi di asset in gestione, è dirompente ed è uno spartiacque per il mercato perché è il primo dei leader dell’industria a proporre commissioni di questo tipo su tutta la sua gamma di fondi gestiti attivamente.

Del resto, Fidelity non è stato il primo gestore a fare un annuncio di questo genere: le commissioni di performance ci sono già su alcuni fondi di Neil Woodford venduti nel Regno Unito e su alcuni prodotti di Alliance Bernstein e Allianz Global Investors negli Stati Uniti. Ma Fidelity è la prima che ha pensato di cambiare il sistema delle commissioni a tutta la gamma di fondi attivi. Ed è probabile che altri la seguiranno nel corso del prossimo anno, dopo aver visto in che modo questo sistema sarà accolto dagli investitori. Il debutto è atteso nel primo trimestre del 2018. «Il dibattito sull’elevato carico commissionale su prodotti gestiti attivamente rispetto all’approccio low cost delle strategie passive sembra trovare un punto di equilibrio nella decisione di Fidelity», ha commentato Massimo Saitta, direttore investimenti di Intermonte Advisory e Gestione. «Tuttavia se è vero che un approccio di questo tipo da un lato spinge il gestore a perseguire effettivamente il suo mandato, ovvero cercare di battere l’indice di riferimento, non avendo altrimenti altre entrate, dall’altro non va trascurato che il ritorno economico per il gestore diventa significativo solo se batte ampiamente il benchmark».

Fondi attivi: per incassare le commissioni si deve battere sempre il benchmark

Ed è questo il punto: quali rischi dovrà prendere il gestore attivo per battere stabilmente il benchmark e incassare le commissioni? Secondo Saitta, perché questo avvenga, le scelte dovranno essere più nette il che significa in altri termini prendere anche rischi maggiori. Non c’è dubbio però che i gestori attivi devono fare qualcosa di nuovo se vogliono frenare la fuga di raccolta verso i fondi passivi. In poche parole si tratta di rompere uno status quo, e non è la prima volta che le commissioni di performance sono state indicate come la panacea per il rilancio della gestione attiva. Ma non hanno una buona reputazione e i critici, oltre a sottolineare i rischi maggiori di portafoglio, invocano penalizzazioni per i gestori quando le cose vanno male.
La sfida per Fidelity, che non ha ancora chiarito bene quale sarà la formula commissionale applicata ai fondi, è progettare una struttura di costi relativamente semplice che vada incontro ai risparmiatori e potrebbe rivelarsi un punto di vendita forte. A dare qualche indicazione in più è stato Paras Anand, a capo della gestione europea di Fidelity, che in un comunicato ha sottolineato come la società voglia ridurre la commissione di gestione degli asset inserendo una commissione variabile legata alla capacità di fornire una gestione attiva forte e basata sulla ricerca. Si tratterebbe quindi di una commissione simmetrica con una condivisione consapevole con il cliente del rischio e del rendimento e un allineamento tra interessi di gestore e investitore. E poi c’è una promessa che Anand nel suo comunicato di presentazione ha fatto: «I nostri clienti pagheranno meno e potranno scegliere se approfittare o no del nuovo regime di gestione».

La discrezionalità lasciata all’investitore darà la misura della popolarità di questo sistema e potrebbe spingere i concorrenti a seguire la decisione di Fidelity che ha scelto di continuare a far pagare i costi della ricerca ai suoi fondi anche dopo l’introduzione di Mifid II. Altri grandi asset manager, come per esempio Black Rock, hanno deciso invece di rinunciare a caricare i costi della ricerca sui fondi da gennaio 2018 quando la Mifid II entrerà in vigore. Ma i piccoli asset manager potrebbero preferire la strada di Fidelity e seguirla.

IDEE DI INVESTIMENTO

La decisione di Fidelity sulle commissioni è arrivata in un momento in cui i gestori attivi sono stati sottoposti a una forte pressione dai gestori passivi che sono cresciuti 4,5 volte più velocemente rispetto all’industria attiva di gestione del 2016, a causa soprattutto di performance deludenti. Per questo la strada delle commissioni di performance è stata già presa da alcuni gestori come Orbis Investment Management, un asset manager con circa 30 miliardi di dollari di asset; AllianceBernstein Holding LP che ad agosto 2017 ha annunciato di voler lanciare fondi attivi con commissioni di performance in Europa, dopo aver introdotto prodotti simili negli Stati Uniti; e anche Global Investors di Allianz SE è pronta a lanciare questo tipo di fondi in Europa. È facile capire perché i manager attivi sono sempre più, diciamo, creativi sulle tasse. Un rapporto pubblicato a marzo 2017 da Morgan Stanley e Oliver Wyman ha suggerito che l’industria del risparmio gestito potrebbe subire un calo del 30% delle entrate entro il 2019 se i flussi di raccolta continuano a favorire i prodotti a basso costo.

La riflessione sul sistema commissionale da parte dei grandi attori del risparmio gestito mondiale è legata anche all’arrivo della Mifid II che, secondo uno studio di PwC, è un’opportunità per l’industria del risparmio. Oltre alle piattaforme di collocamento tecnologiche pensate per i distributori, le nuove regole daranno una spinta a gestioni patrimoniali di nuova generazione e a prodotti del risparmio personalizzati sulle esigenze del cliente.

Va incontro all’esigenza di molti intermediari di diminuire la burocrazia nei rapporti con le società di gestione la nuova piattaforma Mifid II compliant di Online SIM.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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