Per ogni aumento di un penny del prezzo della benzina, il costo per il consumatore americano è di circa 1 miliardo di dollari secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics che è convinto di una cosa: la decisione di Donald Trump di rompere l’accordo sul nucleare con l’Iran non ha un effetto solo prezzo del petrolio, ma su tutte le materie prime energetiche, in particolare sul prezzo del gas. La ragione? La decisione di Trump di uscire dall’accordo sul nucleare è arrivata in un momento in cui il mercato del petrolio era già in una fase di prezzi in salita a causa dei tagli di produzione da parte dei membri e dei non membri dell’OPEC guidati dalla Russia e la crisi politica in Venezuela. Tanto che, per gli analisti di Goldman Sachs, il prezzo del greggio è destinato ad arrivare a 80 dollari al barile, dopo aver sfondato il tetto dei 70 dollari all’inizio di maggio. «Non possiamo aspettarci che il prezzo del petrolio possa tornare rapidamente a un livello neutrale. Ci sono pressioni al rialzo per i prezzi, in un intervallo di 75-80 nel breve periodo, ed è un rischio soprattutto per la crescita degli Stati Uniti», ha confermato Philippe Waechter, Chief Economist di Ostrum Asset Management.

«Sembra che Donald Trump pensi che l’economia mondiale sia un gioco a somma zero», afferma Waechter «i fatti dimostreranno che ha torto». Le conseguenze sono già visibili non solo nel prezzo del petrolio. La decisione di Trump inasprisce la guerra commerciale con la Cina che è uno dei maggiori acquirenti del greggio iraniano. Il governo di Xi Jinping si è già opposto alla mossa degli Stati Uniti, e nel tentativo di proteggere la sua economia, l’Iran era già passato a scambiare il suo petrolio in valute diverse dal dollaro e ha annunciato che l’euro sarebbe diventato la sua valuta di riferimento. La grande preoccupazione del Paese del Medio Oriente è una possibile crisi bancaria: i prestiti a rischio di default sono saliti, la liquidità è ai minimi dopo il crollo dei prezzi del petrolio nel 2014 e gli investimenti stranieri promessi dall’accordo sul nucleare non sono stati all’altezza della situazione pubblicitaria, tanto che il Fondo monetario internazionale (FMI) ha ripetutamente invitato le autorità a ricapitalizzare e ristrutturare urgentemente i creditori. L’incertezza sull’accordo nucleare dopo l’elezione di Trump ha tenuto lontane molte compagnie europee. In questo senso, gli iraniani hanno meno da perdere di quanto molti si aspettino.

Il punto importante per capire tutta la storia è che, da quando è in vigore, l’Iran non ha mai violato l’accordo, secondo quanto riporta l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), l’organizzazione indipendente incaricata di compiere regolari ispezioni nei siti iraniani. La violazione è stata piuttosto degli Stati Uniti, che di fatto non si sono ritirati dall’accordo ma lo hanno violato, annunciando l’imposizione di nuove sanzioni relative al nucleare iraniano. Ma dove vanno i 2,2 milioni di barili di petrolio che produce ogni giorno l’Iran? Secondo l’analisi di Fidelity, circa il 60% del volume di esportazioni è diretto in Asia, in particolare Cina, India, Corea del Sud e Giappone. Poi ci sono gli acquirenti europei che ne comprano circa il 25% e potrebbero essere disposti ad interrompere gli acquisti per evitare le sanzioni USA, anche se Regno Unito, Francia e Germania restano tra i firmatari dell’accordo.

IDEE DI INVESTIMENTO

Dove andrà il prezzo del petrolio nei prossimi mesi? Il valore di 80 dollari al barile, quasi 10 dollari in più del prezzo attuale, è quello condiviso dal consensus degli analisti di Bloomberg.  In termini di sanzioni, infatti, il prossimo obiettivo per gli Stati Uniti potrebbe essere proprio il Venezuela dopo le elezioni presidenziali del 20 maggio. Le aspettative sulla produzione venezuelana sono al ribasso e le sanzioni potrebbero comportare una riduzione della produzione a 1 milione di barili al giorno.

Sono tre i fattori che influenzano il prezzo del petrolio e suggeriscono altrettante mosse di investimento:

  • Domanda e offerta hanno a che fare con quanto petrolio è disponibile. L’offerta è stata storicamente determinata dai paesi che fanno parte dell’OPEC. Ma gli Stati Uniti stanno giocando un ruolo più importante nell’approvvigionamento ormai dal 2014, grazie al boom produttivo dei giacimenti americani di scisto. Quindi se i principali paesi produttori di petrolio stanno pompando un sacco di greggio, l’offerta sarà alta.
  • La domanda è determinata da quanta necessità di petrolio c’è in un dato momento. Quel bisogno è determinato spesso da cose come il riscaldamento, l’elettricità e il trasporto. Maggiore è la crescita economica di un’area, maggiore sarà la domanda di petrolio. Per questo la Cina e l’area asiatica hanno trainato la domanda di petrolio negli ultimi anni. Nel 2017 la Cina ha superato gli USA nelle importazioni annue di petrolio greggio, importando 8,4 milioni di barili al giorno  contro i 7,9 milioni di barili delle importazioni statunitensi di petrolio greggio. La Cina resta un affare nell’era Trump ed è diventata il maggior importatore netto del mondo (importazioni meno esportazioni) del petrolio totale e di altri combustibili liquidi nel 2013.
  • L’offerta è determinata dai grandi Paesi produttori di petrolio e le tensioni con una di quelle nazioni possono causare grossi problemi. Quindi, se c’è una guerra o un conflitto in una regione petrolifera, le scorte di greggio potrebbero sembrare minacciate e questo potrebbe in ultima analisi alterare il prezzo del petrolio. La geopolitica è un fattore determinante, soprattutto quando si parla di Medio Oriente – basta pensare alla Guerra del Golfo del 1991 e al conflitto Stati Uniti-Iraq del 2003 – e dopo che l’Arabia Saudita ha scelto una strategia di crescita non-oil e ha deciso di investire sulle rinnovabili.

 

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Note

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