La soluzione al problema della tassazione dei giganti del web andrebbe trovata a livello globale, sarà un processo lungo e dovrà passare attraverso un lavoro di concerto con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). La Web Tax è al centro del dibattito europeo e del vertice digitale di Tallinn dove avrà bisogno di un compromesso politico dell’Europa. La proposta discussa al vertice Ecofin di Tallinn del 23 settembre 2017 è stata lanciata da Francia, Italia, Germania e Spagna, e poi accolta da tutti e dieci i ministri e prevede che i giganti di internet siano tassati sulla base del fatturato e non sui profitti.

Se l’accordo con l’Ocse sarà trovato, il processo per arrivare all’introduzione della nuova tassa che va a colpire giganti come Amazon, Airbnb, Google e Facebook non sarà però immediato. Una soluzione di lungo termine potrebbe essere quella di approvare la direttiva CCCTB che punta a creare una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società, e in un secondo momento ad armonizzare l’aliquota. Al momento, però, questa soluzione su cui si lavora da 11 anni e sulla quale sono scettici molti Stati, in particolare quelli che hanno fondato la loro economia sui vantaggi fiscali alle imprese (Irlanda, Lussemburgo, Malta, Estonia) non è praticabile .

Dal summit digitale europeo potrebbe, quindi, venire fuori una proposta di tassazione di breve termine come, per esempio, un’imposta secca sul fatturato, una ritenuta sulle transazioni digitali e un’imposta sui messaggi pubblicitari. In pratica, la Commissione Ue pensa di mettere in atto una soluzione tutta made in euro per arginare il vantaggio competitivo delle imprese dell’economia digitale rispetto a quelle di altri settori. La decisione europea dovrà però poi fare i conti con la posizione sul tema da parte dell’Ocse che è prevista a inizio 2018, e potrebbe deludere le aspettative fiscali europee.

Ecco gli ambiti entro i quali si muove la definizione di una Web Tax europea:

  • La proposta Ue prevede una tassa sul fatturato generato in Europa dalle imprese digitali e allo studio c’è l’ipotesi di una ritenuta d’acconto sulle transazioni digitali e il prelievo sui ricavi generati dalle forniture di servizi digitali.
  • La Commissione Ue vuole evitare che si proceda con soluzioni nazionali o frammentate e quindi spingerà per una soluzione europea.
  • La difficoltà è di individuare una base imponibile, ovvero il capitale da tassare, in imprese che in comune hanno solo il digitale ma sono molto diverse tra loro per business appartenendo a settori come l’ecommerce (Amazon), l’entertainment (Netflix) il turismo (Booking) solo per fare qualche esempio. Per questo la proposta insiste sul concetto di piattaforme digitali, prevedendo che l’obbligo fiscale scatti al superamento di 5 milioni di giro d’affari.

La difficoltà di calcolare un imponibile comune non spaventa l’Unione europea che ha fatto bene i suoi calcoli. In un dossier della Commissione europea, secondo il Sole24Ore, ha stabilito che solo da Google e Facebook nel triennio 2013-2015 l’Europa ha accumulato mancate imposte per 5,4 miliardi in tre anni.

IDEE DI INVESTIMENTO

L’arrivo della Web Tax colpisce le grandi ma soprattutto le piccole realtà che finora hanno fatto fortuna anche grazie ad una tassazione obsoleta che non è riuscita ad intercettare i loro profitti. È improbabile che le aziende multinazionali possano fuggire o ridurre i loro investimenti in Europa per la presenza di una Web Tax.
La tassazione va a colpire quei titoli che ormai sono noti con l’acronimo di FANGs (Facebook, Amazon, Netflix e Google), termine coniato da Jim Cramer di CNBC all’inizio del 2013, che hanno raggiunto nel 2017 una capitalizzazione di mercato di 1.700 miliardi di dollari, circa la stessa dimensione del PIL combinato di Svizzera, Paesi Bassi e Venezuela, o metà della dimensione del PIL tedesco. A giugno di quest’anno un report di Goldman Sachs aveva messo in dubbio la solidità del rally di questi titoli che sono i leader sulla Borsa americana, ma nulla finora ha fermato la corsa dei titoli digitali che salgono in media il doppio rispetto all’aumento del 10% del’indice S&P 500.

Per puntare sulla corsa dei titoli tecnologici la scelta migliore è un fondo specializzato (Categoria Morningstar: Azionari Settore Tecnologia) che sappia navigare in momenti di rialzo e ribasso del mercato. Ecco i migliori per rendimento a 5 anni:

  • Jpm Europe Technology D (acc) – Eur rende il 21,93% da settembre 2012 a settembre 2017 (+23,94%% da gennaio a settembre 2017). Il fondo è gestito da Jonathan Ingram e ha come mercato di riferimento l’Europa. È investito al 78% in titoli tecnologici, non c’è l’America in portafoglio, l’Europa è il mercato core. Nokia e STMicroelectronics NV sono tra i primi cinque titoli per peso in portafoglio.
    Jpm Europe Technology D (acc) - Eur rende il 21,93% da settembre 2012 a settembre 2017 (+23,94%% da gennaio a settembre 2017).
    Jpm Europe Technology D (acc) – Eur rende il 21,93% da settembre 2012 a settembre 2017 (+23,94%% da gennaio a settembre 2017).

     

  • Fidelity Global Technology Fund Classe E (acc) rende il 21,42% da settembre 2012 a settembre 2017 (+10,86% da gennaio a settembre 2017). Il fondo è gestito da HyunHo Sohn e ha come obiettivo società che hanno sviluppato o svilupperanno prodotti, processi produttivi o servizi direttamente o indirettamente legati all’evoluzione della tecnologia. È investito all’88,3% in tecnologia e l’America è il primo mercato (63%). Apple e Alphabet sono tra i primi cinque titoli in portafoglio.
    Fidelity Global Technology Fund Classe E (acc) rende il 21,42% da settembre 2012 a settembre 2017 (+10,86% da gennaio a settembre 2017).
    Fidelity Global Technology Fund Classe E (acc) rende il 21,42% da settembre 2012 a settembre 2017 (+10,86% da gennaio a settembre 2017).

     

  • Threadneedle (lux) Global Technology Classe Au Usd rende il 20,36% da settembre 2012 a settembre 2017 (+15,44% da gennaio a settembre 2017). Il fondo è gestito da Paul Wick e investe il 92% in tecnologia e il 90% sul mercato americano. Apple e Micron Tecnology sono due dei primi cinque titoli in portafoglio.

    Threadneedle (lux) Global Technology Classe Au Usd rende il 20,36% da settembre 2012 a settembre 2017 (+15,44% da gennaio a settembre 2017).
    Threadneedle (lux) Global Technology Classe Au Usd rende il 20,36% da settembre 2012 a settembre 2017 (+15,44% da gennaio a settembre 2017).

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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