La guerra tra artisti, major musicali e piattaforme digitali è antica e si è sempre combattuta sul fronte dei diritti. Il cambio di passo delle piattaforme, in particolare di Spotify sui podcast, ha spostato il livello dello scontro.

L’occasione è stata la pubblicazione da parte di Spotify del podcast condotto da Joe Rogan. Comico e intrattenitore americano, con oltre 11 milioni di follower, fa propaganda no vax con riferimento a complottismi vari e un alto tasso di disinformazione scientifica.

Contro la messa in audio dello show di Rogan è sceso in campo Neil Young. Prima ha deciso di cancellare da Spotify tutta la sua produzione musicale di cui detiene ancora i diritti e da cui ricava il 60% dei propri profitti digitali. Poi ha chiesto ai dipendenti di Spotify di licenziarsi per protesta fino alla cancellazione del podcast anti-scientifico.

I dipendenti della piattaforma non lo hanno seguito, ma l’appello di Young di lasciare Spotify per Amazon Music è stato raccolto da diversi artisti. Quali Joni Mitchell, Crosby, Stills e Nash. La battaglia di Young contro Rogan è il detonatore di un fenomeno che ormai è evidente: non è la musica a generare i profitti per queste piattaforme. Gli altri contenuti audio vanno per la maggiore e Spotify è ormai a tutti gli effetti una media company.

La prova che la musica è solo uno dei contenuti è che Spotify aveva pagato nel 2020 ben 100 milioni dollari a Rogan per assicurarsi il podcast The Joe Rogan experience in esclusiva. Ora dopo la polemica rischia di perderlo perché la piattaforma di video streaming Rumble è disposta a pagare 100 milioni di dollari per avere l’esclusiva del podcast di Rogan per i prossimi quattro anni.

Al momento, Spotify è leader nella musica digitale che si ascolta in Occidente. Con oltre 400 milioni di utenti e 85 milioni di titoli incassa i diritti che gira poi agli autori e interpreti. La società svedese controlla oltre il 30% del mercato seguita da Apple Music (15%) e da Amazon Music e Tencent Music (13%). In Asia il leader è la cinese QQ Music Cina che conta 700 milioni di followers.

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Il caso Spotify-Rogan-Young è la punta dell’iceberg dell’evoluzione di tutte le piattaforme digitali nella gestione dei contenuti che ormai le ha trasformate in editori. A contare sono gli ascolti e non la qualità: gli 11 milioni di follower di Rogan battono la storia della musica fatta da Neil Young. Scelte simili sono state fatte anche da altre piattaforme come Facebook e YouTube. Esempio il 2018 quando bloccarono solo a metà il profilo di Alexander Emerick Jones, il fondatore di InfoWars, punto di riferimento dei cospirazionisti trumpiani.

Le piattaforme digitali seguono la domanda dei consumatori. Sono quindi disposte a pagare podcaster e creator per contenuti che facciano ascolti esattamente come hanno fatto in passato radio e tv. La protesta di Young ha avuto il pregio di sollevare il velo sulla mancanza di regole nella gestione di questi contenuti.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

Giornalista segue da oltre 20 anni le dinamiche del mercato del risparmio gestito, della consulenza finanziaria e dei protagonisti del mondo degli investimenti. Prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vicecaporedattore di Panorama Economy (Gruppo Mondadori).
Nel 2015, dopo la lunga carriera nella carta stampata economica, è passata alla comunicazione come responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content occupandosi di progetti editoriali in diversi settori (risparmio, finanza, assicurazioni).
Dal 2015 cura, inoltre, la redazione dei contenuti del Blog di Online SIM, che oggi conta oltre 1200 articoli.

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