L’aumento degli incendi in Brasile ha scatenato una tempesta di indignazione internazionale. Celebrità, ambientalisti e leader politici incolpano il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, di aver distrutto la più grande foresta pluviale del mondo, l’Amazzonia, che è il polmone del pianeta perché produce oltre il 20% dell’ossigeno globale. Non è una novità che l’Amazzonia bruci, ma è un fatto che nel 2019 il numero degli incendi sia superiore dell’80% rispetto al 2018, anche se è “solo” del 7% superiore alla media degli ultimi 10 anni. Qual è la ragione? Gli incendi boschivi dell’Amazzonia sono nascosti dalla chioma degli alberi e aumentano in maniera particolare durante gli anni di siccità. Quest’anno, però, sono stati gli incendi della cosiddetta macchia secca ad aumentare e anche il numero degli alberi abbattuti per l’allevamento del bestiame è cresciuto.

Tutto fa pensare che dietro gli incendi recenti ci sia un aumento della speculazione economica per sostenere la zoppicante economia brasiliana. La denuncia arriva da un articolo pubblicato su The Vox che mette in evidenza come uno dei maggiori fattori di deforestazione dell’Amazzonia sia l’allevamento di bestiame. Non a caso il Brasile è il più grande esportatore di carne bovina al mondo con circa 6,7 miliardi di dollari di esportazioni nel 2018. Il Brasile, inoltre, è anche il secondo maggior produttore di soia al mondo e circa l’80% della soia coltivata in Amazzonia viene utilizzata per l’alimentazione degli animali. La domanda di questa materia prima è cresciuta anche a causa dei dazi cinesi sui semi di soia statunitensi che hanno portato la Cina a guardare con sempre maggiore interesse alla soia brasiliana.

Amazzonia: quanto costa ripristinare l’ecosistema

L’Amazzonia è anche ricca di giacimenti di oro, alluminio e petrolio, ma l’estrazione sul territorio è vietata. Nonostante questo, tra gli alberi della foresta pluviale c’è chi scava in maniera illegale e, allo stesso tempo chi disbosca illegalmente. Secondo un’inchiesta della BBC, il tasso di distruzione delle foreste in Amazzonia è aumentato da quando Bolsonaro è diventato presidente del Brasile lo scorso anno. Da allora le lobby agricole del Paese latino americano hanno aumentato il loro potere – l’agroindustria vale il 25% del PIL brasiliano – anche perché il governo ha drasticamente ridotto l’applicazione delle leggi ambientali con una diminuzione del 30% delle multe per i trasgressori. Secondo il National Institute for Space Research (INPE) del Brasile, il tasso di deforestazione è aumentato dell’88% nell’ultimo anno. Da gennaio, l’Amazzonia brasiliana ha visto un aumento del 39% nell’area perduta delle foreste rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e, poiché la stagione secca è appena iniziata, gli incendi possono solo peggiorare.

Eppure, l’80% della foresta amazzonica resta in piedi e oltre la metà dell’Amazzonia è protetta dalla deforestazione ai sensi della legge federale. Tanto che, la deforestazione è diminuita del 70% dal 2004 al 2012 ma il 18-20% della foresta amazzonica rimane a rischio scomparsa. Tutto questo ha un costo economico elevato. In uno studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences, per riparare i danni sociali ed economici e cambiare il modo di gestire la foresta pluviale amazzonica servirebbero e tra i 957 miliardi e i 3.590 miliardi nei prossimi 30 anni. Per invertire la rotta servono investimenti e sono in molti a voler contribuire. Il G7 per esempio ha offerto al governo brasiliano 20 milioni di dollari per fermare i recenti incendi, ma il governo brasiliano ha rifiutato l’aiuto. Altri Paesi hanno investito per preservare la foresta pluviale e fare pressioni sul governo brasiliano. La Finlandia, per esempio, ha chiesto all’Unione europea di vietare le importazioni di carne brasiliana, mentre Germania e Norvegia contribuiscono al Fondo Amazon, un pool di quasi 880 milioni di dollari che ha come obiettivo la lotta alla deforestazione, principalmente in Brasile, ma anche nei Paesi confinanti che ospitano sezioni della foresta pluviale amazzonica.

IDEE DI INVESTIMENTO

L’ultimo Rapporto speciale dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) su cambiamenti climatici e gestione della terra datato agosto 2019 ha ribadito con forza come l’Amazzonia sia tanto una fonte di ossigeno vitale per la terra e un bacino di assorbimento di gas-serra. La deforestazione, secondo il report, è la principale causa del declino della biodiversità e dell’accumulo di gas serra in atmosfera: circa 5,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, pari al 14% delle emissioni globali di gas serra. È noto che oltre il 20% delle emissioni di gas serra di origine umana provenga da agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo. Queste emissioni sono prevalentemente dovute alla deforestazione, solo parzialmente compensate da imboschimenti e rimboschimenti. Trovare una strada sostenibile per cambiare l’agricoltura è al punto 2 dei 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile SDGs.

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I migliori fondi che investono sul cambiamento dell'agricoltura

ProdottoRendimento YTDRendimento 3y
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Pictet – Nutrition Classe R Eur17,67%6,92%
BlackRock Global Funds - Nutrition Fund A2 USD15,49%2,92%
DPAM INVEST B - Equities Sustainable Food Trends W Cap14,87%5,05%
Allianz Global Agricultural Trends It Eur14,47%-1,74%
Nella tabella, i migliori fondi azionari specializzati nel settore agricoltura ordinati per rendimento da gennaio 2019. Dati in euro aggiornati a settembre 2019. Fonte: Morningstar.

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Note

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