In tedesco “Diesel Ban” suona così perentorio e definitivo da condizionare tutto il resto d’Europa. Le città della Germania potranno vietare da ora in poi la circolazione di auto diesel per far rientrare i valori delle emissioni nei parametri senza aspettare che il Governo vari una legge federale. E hanno già contagiato Roma dove i diesel saranno banditi dal centro storico dal 2024 e Milano che pensa di non far più circolare vetture a gasolio in città dal il 2030.
La svolta “No diesel” della Germania era attesa da tempo come la sentenza del Tribunale amministrativo federale di Lipsia – il consiglio di Stato tedesco) che è arrivata nel giorno prestabilito e dopo un solo rinvio e, come prevedibile, ha spaccato il Paese. In gioco non c’è solo il mercato dell’automotive che da tempo ha imboccato la strada della sostenibilità e dei veicoli green mettendo in un angolo il diesel, ma anche i diritti di milioni di cittadini proprietari dei veicoli diesel che temono di perdere un bene che ormai non ha più un valore per il Paese in cui vivono.

Nella sentenza, infatti, non è previsto alcun risarcimento perché ha acquistato un’auto diesel e potrebbe trovarsi, di fatto, fuori legge a breve. Al momento il divieto vale per le due città che erano a giudizio, Duesseldorf e Stoccarda, ma la sentenza ha stabilito un principio che avrà i suoi effetti anche su altri comuni, anche perché sono molte le cause aperte in decine di città tedesche. La sentenza è una tegola anche sulla testa del Governo di Angela Merkel perché colpisce direttamente la grande industria automobilistica tedesca. Tanto la cancelliera ha cercato di ridimensionare la portata del provvedimento, sottolineando come in molte città tedesche le emissioni siano nei parametri. I numeri ufficiali però parlano di circa 15 milioni di veicoli diesel su strade tedesche e di almeno 90 città tedesche che superano la soglia fissata dall’Ue sulle emissioni.

A ridimensionare l’impatto della sentenza sono state anche le aziende automobilistiche perché il provvedimento non sancisce un divieto di circolazione per le auto diesel, ma una possibilità per i comuni di valutare quale strumento sia più idoneo da utilizzare per raggiungere l’obiettivo di contenimento delle emissioni. Intanto però, i grandi marchi dell’automotive hanno già cominciato a fare marcia indietro su diesel che nel 2015 aveva cominciato a dare i primi problemi non solo di immagine alla tedesca Volkswagen al centro del cosiddetto scandalo Diesel Gate che non aveva avuto un grosso impatto sui portafogli dei fondi comuni di investimento.

I costruttori di auto però hanno già cominciato a fare i conti di quanto può pesare questa sentenza sul loro business. Non è un caso che una settimana prima della sentenza della Corte federale tedesca, la Porsche, marchio tedesco di proprietà di Volkswagen abbia annunciato che non produrrà più la Macan S diesel così come dal novembre 2017 aveva tolto di produzione la Panamera 4S diesel. E se i giapponesi di Toyota hanno manifestato più volte l’intenzione di non produrre più nuovi modelli diesel, Sergio Marchionne ha già messo una data: nel 2022 Fca smetterà di fabbricare auto alimentate a gasolio e questo nonostante sia l’unico costruttore europeo con le vendite di auto a gasolio che crescono più del benzina. Ma quanto pesa sui conti delle società questa rinuncia? Secondo gli analisti di Bernstein Research, se si parla di vendite il divieto del diesel in Europa colpisce in maniera più pesante la casa automobilistica francese Peugeot più dura, seguita dalla Renault, Daimler BMW e Volkswagen. Ma il danno, secondo l’analisi di Bernstein Research è soprattutto industriale.

La ragione? Le case automobilistiche hanno cercato di aggirare i possibili divieti aggiornando i sistemi di gestione del motore, migliorando i filtri per il trattamento dei gas di scarico e dotando i veicoli di sistemi di gestione del motore basati su software. Insomma, hanno investito sul diesel per nulla. Su questo punto batte anche Arndt Ellinghorst, analista della società di ricerca Evercore ISI sentito dal Financial Times che sottolinea come il “Diesel Ban” rischia di creare un danno per le imprese costrette a investire miliardi di euro in tecnologie ormai vecchie, proprio mentre cercavano di concentrare le proprie risorse sulle nuove elettriche, sui veicoli autonomi e sulle tecnologie digitali.
La storia d’amore dell’Europa con il diesel è comunque già finita da alcuni anni. Tanto che, proprio nel 2017 secondo dati dell’Associazione dei produttori di auto europei (ACEA), le auto a benzina hanno superato quelle diesel per quota di mercato (rispettivamente 48,7% contro 45,7%) con le auto alternative più sostenibili che hanno una quota solo del 5,6%.

IDEE DI INVESTIMENTO

L’auto elettrica è un’alternativa sostenibile per abbassare le emmissioni di Co2 migliore del divieto di circolazione di veicoli a gasolio. Sullo sviluppo di questo mercato scommettono i produttori di auto e Paesi come Usa – dove il diesel valo solo l’1% del mercato auto – Cina e India ma per il momento i profitti che derivano dalle auto sostenibili non compensano i ricavi persi sul diesel che, secondo Evercore ISI, caleranno almeno del 5% pari a 1,6 miliardi di euro considerando otto case automobilistiche europee e statunitensi. Non c’è dubbio però che settore automotive sia nel pieno di una grande trasformazione industriale che ha nella svolta sostenibile e nelle tecnologia anche legata al 5G i due driver principali.

Chi vuole puntare sull’evoluzione del settore dell’automotive ha come scelta migliore l’acquisto di un fondo azionario globale che ha una quota significativa del settore in portafoglio (categoria Morningstar: Azionari Globali Large Cap). Ecco i migliori per rendimento a un anno:

Fondi azionari globali large cap più esposti al settore automotive

ProdottoPeso % settore
automotive
Rendimento 1y
Harris Associates Global Equity Fund classe R Acc (Usd)13,47%4,57%
DB Platinum CROCI Branchen Stars R1C13,23%11,84%
Consultinvest Global C6,58%5,36%
DB Platinum CROCI Global Div R1C-A5,96%-0,21%
UBS (Lux) Equity Sicav - Global High Dividend (USD) Classe P Acc5,94%-7,40%
EdR Fund Global Value A (EUR)5,84%-2,68%
Mediolanum BB Dynamic Intl Val Opp LA5,83%0,40%
Invesco Global Opportunities C USD Acc5,50%8,00%
Dimensional Global Value EUR P Acc5,43%1,39%
Mistral Value Fund USD P5,26%-1,54%
Amundi Fds II Glb Eq Trgt Inc E EUR ND4,91%-4,00
Woodpecker Capital Pure Equity EUR A4,66%7,65%
AXA Rosenberg Glb Eq Alpha A USD Acc4,50%3,95%
HSBC GIF Economic Scale Index Global Equity4,22%2,83%
Euromobiliare Azioni Internazionali4,11%1,64%
Nella tabella, i fondi azionari large cap che investono in maniera globale ordinati per peso del settore auto in portafoglio. Fonte: Morningstar Direct. Sono stati esclusi i fondi con portafogli più vecchi di sei mesi. Dati di rendimento % disponibili al 27 febbraio 2018.

 

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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1 Commento

  1. 2 luglio 2018 a 16:04 — Rispondi

    Ottimo articolo, complimenti! Il passaggio al green è forse l’incognità più pesante che abbia mai gravato sul settore automotive. Molti paesi si stanno già attrezzando, Italia inclusa. Occorre però valutare con attenzione quanto i passi in questa direzione debbano essere lunghi. Infatti, dai nostri dati emerge che molti automobilisti italiani non siano ancora convinti delle alimentazioni green. Abbiamo registrato una forte preferenza per il diesel, soprattutto per chi percorre lunghe distanze, dettata soprattutto dal rapporto km/l. Allo stesso tempo la maggioranza di chi preferirebbe un’auto eco-friendly (a parità di costo), punterebbe sull’ibrido.

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