L’intelligenza artificiale può diventare troppo potente? E gli investitori stanno pagando troppo per una tecnologia che promette di cambiare il mondo? Sono due domande molto diverse che nel 2026 hanno cominciato a incrociarsi. Gli avvertimenti sui rischi dei sistemi più avanzati e le richieste di rallentare la corsa all’AI hanno contribuito ad aumentare la volatilità dei titoli tecnologici. Siamo di fronte a una nuova bolla tecnologica? Cosa ci dice la storia e quali sono i segnali che gli investitori devono guardare.

Da una parte cresce il dibattito sulla sicurezza dell’AI, sul controllo umano e sui rischi legati allo sviluppo di sistemi sempre più autonomi. Microsoft AI, nella bozza del suo Humanist AI Code of Conduct pubblicata a settembre 2026, parte da un principio esplicito: «People matter more than AI», ovvero le persone contano più dell’intelligenza artificiale che deve rimanere subordinata alle persone e sotto un controllo umano significativo. Microsoft arriva a rifiutare esplicitamente la corsa verso una superintelligenza universale senza limiti, anche a costo di rinunciare a parte dell’autonomia o delle capacità dei propri sistemi.

Dall’altra parte ci sono i mercati. Negli ultimi anni miliardi di dollari sono confluiti verso chip, software, data center, reti ed energia necessari a costruire l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale. Bank of England ha lanciato un allarme esplicito segnalando che le valutazioni azionarie legate all’AI sono aumentate rapidamente, la concentrazione dei mercati è cresciuta e il ricorso al debito per finanziare questa infrastruttura sta accelerando. Siamo di fronte a una nuova bolla tecnologica? Stabilire oggi se lo sia davvero significherebbe cercare di prevedere il futuro. La storia finanziaria può però insegnare qualcosa di più utile: una tecnologia può essere realmente rivoluzionaria e, contemporaneamente, avere prezzi che incorporano aspettative eccessive.

Come nasce una bolla finanziaria

Quando si parla di bolle speculative si pensa facilmente a investitori che comprano qualcosa soltanto perché credono di poterlo rivendere domani a un prezzo maggiore. La storia racconta una realtà più complessa. Molte grandi bolle finanziarie sono nate intorno a innovazioni autentiche. Ferrovie, elettricità, automobile, telecomunicazioni e Internet hanno effettivamente trasformato l’economia. Il problema non era necessariamente l’innovazione, ma le aspettative costruite intorno alla velocità e alle dimensioni del cambiamento. Il meccanismo tende a ripetersi, in particolare:

  • innovazione → aspettative → capitali → aumento delle valutazioni → nuovi investimenti → aumento della capacità produttiva

Una nuova tecnologia promette di rivoluzionare un settore. Gli investitori cercano di anticiparne i vincitori e fanno affluire capitale verso le aziende coinvolte. Il capitale finanzia nuove imprese e infrastrutture. I prezzi salgono e i guadagni ottenuti dai primi investitori attirano altro denaro. Il meccanismo può funzionare finché le aspettative trovano conferma nei risultati. Il problema nasce quando si allarga la distanza tra quanto il mercato immagina che le aziende guadagneranno in futuro e quanto riescono effettivamente a produrre in termini di ricavi, utili e flussi di cassa.

Internet insegna che si può avere ragione sul futuro e perdere soldi

La storia di Internet è probabilmente l’esempio più utile per capire il fenomeno. Alla fine degli anni Novanta gli investitori avevano intuito correttamente che Internet avrebbe trasformato economia, comunicazione e consumi. Il Nasdaq Composite aumentò di oltre cinque volte tra il 1995 e il picco del marzo 2000. Il capitale affluì verso centinaia di società tecnologiche, spesso premiate dal mercato sulla base della crescita degli utenti e delle prospettive future più che della capacità di produrre utili.

Poi arrivò la selezione. Tra il picco del marzo 2000 e il minimo dell’ottobre 2002 il Nasdaq perse quasi l’80%. Molte società scomparvero, altre sopravvissero e alcune sarebbero diventate protagoniste dell’economia globale. Internet, però, non scomparve insieme alla bolla. Accadde l’opposto. Gli investimenti degli anni precedenti avevano contribuito a finanziare reti, fibra ottica, data center e capacità tecnologica che sarebbero state utilizzate nella successiva espansione dell’economia digitale.

È una distinzione fondamentale per chi investe: avere ragione su una tecnologia non significa necessariamente avere ragione sul prezzo da pagare per investirci. Una società può operare nel settore destinato a crescere maggiormente nei successivi vent’anni e rivelarsi comunque un cattivo investimento se il prezzo pagato incorpora già aspettative troppo elevate.

AI e dot-com: abbiamo già visto questo film?

Il parallelo tra intelligenza artificiale e Internet è inevitabile. Ma AI 2026 e dot-com 2000 non sono la stessa cosa.

  • Una delle differenze principali riguarda le aziende protagoniste della corsa. Molte società Internet della fine degli anni Novanta avevano modelli di business ancora da dimostrare e profitti inesistenti. Una parte consistente degli investimenti attuali nell’intelligenza artificiale è invece sostenuta da alcune delle aziende più grandi e redditizie al mondo, capaci di generare ingenti flussi di cassa.
  • Anche le valutazioni richiedono cautela. BlackRock osserva che, nonostante il forte rialzo dei titoli legati all’intelligenza artificiale, le valutazioni del mercato restano molto inferiori agli estremi raggiunti durante la bolla dot-com. Questo non esclude che singole aziende o segmenti possano essere sopravvalutati, ma mostra perché il semplice confronto tra AI e Internet non sia sufficiente per concludere che ci troviamo di fronte alla stessa situazione.

C’è però un elemento da osservare: quanto capitale sarà necessario per continuare la corsa? Secondo Bank of England, nel 2026 le aziende legate all’AI hanno accelerato il ricorso ai mercati del credito per finanziare le infrastrutture. I cinque grandi hyperscaler rappresentavano appena il 3% dello stock di obbligazioni investment grade statunitensi alla fine del 2025, ma nei primi mesi del 2026 hanno generato oltre il 15% delle nuove emissioni. Più aumenta il capitale investito, più cresce la domanda fondamentale: quanti ricavi e quanti utili dovrà produrre l’intelligenza artificiale per remunerarlo?

Perché oggi l’AI fa paura anche ai mercati

C’è un’altra differenza rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Nessuno temeva che Internet potesse diventare più intelligente dell’uomo o che una rete in fibra ottica potesse sottrarsi al controllo di chi l’aveva costruita. Con l’intelligenza artificiale il dibattito è diverso. In particolare:

  • Microsoft ritiene che un sistema AI non debba opporsi a correzione, interruzione o spegnimento, non debba nascondere le proprie azioni e non possa autonomamente attribuirsi nuovi obiettivi.
  • Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha sollevato ripetutamente il problema dei rischi associati ai modelli più avanzati. Anche altri protagonisti dell’industria hanno preso posizione, con valutazioni differenti, sulla necessità di rafforzare sicurezza, controlli e verifiche.

La discussione interessa i mercati perché introduce una variabile nuova. Gli investitori non devono più chiedersi soltanto se l’AI crescerà abbastanza rapidamente, ma anche se potrà continuare a farlo alla velocità oggi prevista. Nasce così un paradosso. Una parte delle aspettative finanziarie sull’intelligenza artificiale deriva dall’idea che la tecnologia possa diventare straordinariamente potente. Ma più aumenta la sua potenza, più cresce il dibattito sulla necessità di controllarla, regolamentarla o eventualmente rallentarne lo sviluppo. La stessa aspettativa che alimenta il boom può quindi trasformarsi in uno dei suoi fattori di rischio.

Bolla AI? 5 segnali che un investitore dovrebbe conoscere

Ma quindi possiamo parlare di bolla? Non esiste un indicatore capace di dire in tempo reale che un mercato è entrato in una bolla. Ci sono però alcuni segnali che aiutano a capire quando aspettative e prezzi stanno diventando particolarmente esigenti.

  1. Valutazioni

Il primo elemento da osservare è quanto gli investitori stanno pagando oggi gli utili attesi di domani. Una valutazione elevata non significa automaticamente che un titolo sia sopravvalutato: un’azienda che aumenta rapidamente ricavi e profitti può giustificare multipli superiori alla media. Ma più il prezzo incorpora una crescita futura eccezionale, minore diventa il margine per le delusioni. Il confronto con la dot-com è utile proprio per questo. Le valutazioni legate all’AI sono cresciute, ma BlackRock rileva che restano molto inferiori ai picchi raggiunti all’inizio del 2000. Un segnale di attenzione, quindi, non è automaticamente la prova di una bolla.

  1. Concentrazione

Un secondo segnale riguarda il peso assunto da poche società negli indici. Secondo la Bank of England, a giugno 2026 le società considerate legate all’intelligenza artificiale rappresentavano circa la metà della capitalizzazione dell’S&P 500, contro circa un quarto nel 2022. La concentrazione non implica che quelle aziende debbano necessariamente perdere valore. Significa però che l’andamento dell’intero indice dipende in misura crescente dalle aspettative su un numero relativamente limitato di società. E il fenomeno va oltre le azioni. Secondo i dati raccolti da Apollo citati da Bloomberg, nel 2026 l’AI è arrivata a rappresentare una quota molto rilevante sia dei finanziamenti di venture capital sia delle emissioni obbligazionarie investment grade.

  1. Capex

Il terzo elemento è la quantità di capitale investita. Chip, data center, reti elettriche, sistemi di raffreddamento e produzione di energia richiedono investimenti enormi. Il punto non è soltanto quanto spenderanno le aziende, ma quale domanda futura sarà necessaria per rendere redditizia tutta questa nuova capacità. La storia delle ferrovie e delle telecomunicazioni insegna che può verificarsi una situazione apparentemente paradossale: un’infrastruttura può rivelarsi utilissima per l’economia e poco redditizia per chi l’ha finanziata, se viene costruita troppa capacità rispetto alla domanda o se la concorrenza riduce i rendimenti.

  1. Debito

Il quarto segnale riguarda il modo in cui gli investimenti vengono finanziati. Finché una grande azienda utilizza i propri flussi di cassa per costruire data center, il rischio rimane soprattutto in capo all’impresa e ai suoi azionisti. Se aumenta il ricorso a obbligazioni, prestiti bancari, private credit e altre forme di finanziamento, l’esposizione si diffonde nel sistema finanziario. È ciò che sta iniziando ad accadere con l’AI. Questo non significa che il debito sia di per sé un problema. Ma cambia la natura del rischio: un eventuale rallentamento del ciclo dell’intelligenza artificiale non riguarderebbe più soltanto le azioni tecnologiche.

  1. Aspettative sugli utili

È forse il segnale più importante e quello che più facilmente viene dimenticato. Per far scendere un titolo non è necessario che un’azienda smetta di crescere. È sufficiente che cresca meno di quanto il mercato si aspettava. Se un prezzo incorpora ricavi e utili in forte aumento per molti anni, risultati aziendali apparentemente eccellenti possono non essere sufficienti. Più aumentano le aspettative, più aumenta il rischio che una piccola delusione produca una grande reazione dei prezzi. È per questo che crescita dell’AI e rendimento degli investimenti nell’AI non sono necessariamente la stessa cosa.

IDEE DI INVESTIMENTO

Per chi investe c’è un rischio che non deve essere sottovalutato ed è spesso nascosto: quanta AI c’è già nel portafoglio? Non è semplice rispondere. Il boom AI coinvolge produttori di semiconduttori, hyperscaler, software, data center, reti elettriche, energia e infrastrutture. E, con l’aumento del ricorso al debito, anche il mercato obbligazionario. L’AI sta quindi diventando quello che in finanza viene definito un fattore di rischio trasversale. La storia non permette di prevedere se l’AI sia una bolla né, eventualmente, quando possa finire una fase di euforia. Può però aiutare a evitare alcuni errori comuni.

  1. Non confondere una grande tecnologia con un grande investimento. Una tecnologia può rivoluzionare l’economia senza garantire rendimenti a tutte le aziende che partecipano alla rivoluzione.
    2. Il prezzo conta quanto la crescita. Quando le aspettative sono molto elevate, un’azienda può continuare a crescere e deludere comunque il mercato se cresce meno di quanto incorporato nelle valutazioni.
    3. Controllare la concentrazione. L’esposizione all’intelligenza artificiale può essere presente contemporaneamente in più fondi, settori e classi di attività.
    4. Diversificare i rischi, non soltanto i nomi. Possedere molti strumenti finanziari non significa necessariamente avere un portafoglio diversificato se tutti dipendono dallo stesso scenario.
    5. Non cercare di indovinare quando scoppierà una bolla. Per chi investe nel lungo periodo, diversificazione, orizzonte temporale e coerenza con il proprio profilo di rischio sono strumenti più solidi del tentativo di prevedere il massimo o il minimo di un mercato.

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

Competenze:
Giornalista segue da oltre 20 anni le dinamiche del mercato del risparmio gestito, della consulenza finanziaria e dei protagonisti del mondo degli investimenti. Per Online SIM scrive di scenari e storie di mercato, megatrend e idee di investimento, educazione finanziaria.

Esperienza:
É stata caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vicecaporedattore di Panorama Economy (Gruppo Mondadori).
Nel 2015, dopo la lunga carriera nella carta stampata economica, è passata alla comunicazione come responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content occupandosi di progetti editoriali in diversi settori (risparmio, finanza, assicurazioni).
Dal 2015 cura la redazione dei contenuti del Blog di Online SIM, che oggi conta oltre 1200 articoli.

Formazione:
Ha una laurea in lingue e letterature straniere e una specializzazione in giornalismo.

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