Petrolio sopra i 100 dollari al barile, gas europeo vicino agli 80 euro per megawattora, grano e mais tornati su quotazioni che non si vedevano dal 2023. Dopo un’estate di forti rialzi, le materie prime sono tornate al centro dell’attenzione dei mercati. A spingere i prezzi è soprattutto la geopolitica, con due punti nevralgici per gli scambi mondiali sotto pressione: lo Stretto di Hormuz per l’energia e il Mar Nero per le commodity agricole.
Alle tensioni sulle rotte commerciali si sommano infatti fattori climatici, livelli delle scorte, sicurezza energetica e trasformazione dei sistemi produttivi. Il risultato è un mercato in cui l’offerta può diventare rapidamente più fragile e i prezzi molto più volatili.
Per chi investe, la domanda quindi non è soltanto quanto possano salire ancora petrolio e materie prime. È soprattutto capire quali conseguenze può avere questa corsa su inflazione, tassi, obbligazioni, azioni e costruzione del portafoglio.
Cosa c’è dietro la corsa di petrolio e gas
Il Brent ha superato nuovamente la soglia dei 100 dollari al barile, tornando sui livelli che non si vedevano dal 2023. Il principale fattore di rischio è lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per i flussi mondiali di petrolio e gas. In particolare:
- Gli attacchi di Stati Uniti e Israele del 28 febbraio 2026 e la successiva risposta iraniana hanno fortemente ostacolato il traffico energetico e commerciale attraverso lo stretto. La nuova escalation, con gli attacchi iraniani contro una base statunitense in Giordania e quelli americani contro petroliere iraniane nei pressi del terminale di Kharg e nel Golfo dell’Oman a settembre 2026, ha riportato il Brent sopra quota 100 dollari.
- La questione decisiva è capire quanto possa durare l’interruzione e soprattutto se possa aggravarsi. Goldman Sachs considera possibile un Brent oltre i 120 dollari al barile nel caso di un’ulteriore escalation nel Golfo Persico e nel Mar Rosso. Non è però lo scenario di base della banca d’affari: la previsione centrale indica un Brent intorno agli 85 dollari a fine 2026 e un WTI vicino agli 80 dollari, stime comunque aumentate di 5 dollari rispetto alle precedenti.
- Questa distanza tra scenario centrale e scenario di rischio dice qualcosa di importante per gli investitori. Il prezzo attuale del petrolio incorpora un significativo premio geopolitico: se le tensioni diminuissero, una parte dei rialzi potrebbe quindi essere riassorbita. Al contrario, un’interruzione più grave e prolungata dei flussi attraverso Hormuz potrebbe produrre un nuovo salto delle quotazioni. Il problema non riguarda soltanto il greggio.
- Il TTF, il riferimento del mercato europeo del gas, è arrivato a sfiorare gli 81 euro per megawattora, con i future di ottobre intorno a 79 euro: livelli che non si vedevano da gennaio 2023. A rendere il mercato particolarmente sensibile agli shock contribuisce anche il basso livello degli stoccaggi europei in vista dell’inverno.
Il confronto con la crisi energetica del 2023
Rispetto alla crisi energetica del 2022-2023, però, qualcosa è cambiato. Se guardiamo all’Europa, per esempio, nei cinque maggiori mercati del Vecchio continente le fonti rinnovabili producono oggi circa il 35% dell’elettricità, contro il 24% del 2021. Una maggiore quota di rinnovabili e una domanda più contenuta riducono la dipendenza del sistema elettrico dalle oscillazioni del gas.
La crisi sta così rafforzando un legame destinato probabilmente a durare: quello tra transizione energetica e sicurezza energetica. Rinnovabili, reti, sistemi di accumulo ed elettrificazione non sono più soltanto strumenti per ridurre le emissioni, ma anche un modo per diminuire l’esposizione economica ai Paesi esportatori di combustibili fossili.
Perché le materie prime salgono
L’energia è soltanto una parte della storia. Anche le commodity agricole stanno vivendo una forte accelerazione e, ancora una volta, la geopolitica incontra i vincoli dell’offerta. In particolare:
- L’area critica è il Mar Nero, uno dei grandi snodi mondiali per il commercio di cereali. La ripresa degli attacchi tra Russia e Ucraina contro terminali, infrastrutture portuali e impianti energetici ha riacceso i timori per la continuità delle esportazioni proprio mentre si avvicina una fase importante della stagione commerciale.
- Il caso più evidente è quello del grano tenero. L’8 settembre i future hanno superato i 7,30 dollari per bushel, equivalenti a oltre 268 dollari per tonnellata. A fine giugno erano intorno a 5,70 dollari: in poco più di due mesi l’aumento è stato quindi di circa il 28%, riportando le quotazioni sui livelli dell’estate 2023.
- Un andamento simile interessa il mais. I future hanno superato i 5,10 dollari per bushel, vicino ai massimi degli ultimi tre anni. Rispetto ai 4,02 dollari di fine giugno, il rialzo è di quasi il 27%.
- In questo caso il calendario conta. Il periodo di maggiore esportazione del mais dal Mar Nero comincia in ottobre e l’Ucraina rappresenta circa il 10-11% delle esportazioni mondiali. Un’interruzione prolungata delle spedizioni può quindi restringere l’offerta disponibile sul mercato internazionale.
- La situazione è resa più complessa dal clima. Alla guerra si aggiungono i danni provocati dalla siccità in Europa e dalle piogge alluvionali in Nord America, due fattori che possono incidere sulle rese agricole e mantenere elevata l’incertezza sull’offerta nei prossimi mesi.
- Anche l’olio di girasole mostra quanto le pressioni siano diffuse: nonostante una lieve correzione nell’ultimo mese, le quotazioni risultano ancora superiori di circa il 23% rispetto a un anno fa.
Non tutte le commodity, quindi, salgono per la stessa ragione. Nel petrolio e nel gas prevalgono il rischio geopolitico e la vulnerabilità delle rotte energetiche; nei cereali si sovrappongono guerra, logistica e clima. Il denominatore comune è però la fragilità dell’offerta.
Ed è proprio questo elemento a rendere questa fase diversa da un normale aumento della domanda: quando l’offerta è rigida, anche una variazione relativamente piccola della disponibilità di una materia prima può produrre oscillazioni molto ampie dei prezzi.
Le conseguenze per gli investitori: breve guida pratica
La prima conseguenza della corsa delle materie prime riguarda l’inflazione. Energia e alimentari entrano direttamente nei prezzi al consumo, ma incidono anche indirettamente sui costi di trasporto, produzione e distribuzione. Se i rincari persistono, il processo di disinflazione può rallentare.
Questo conta soprattutto per le banche centrali. Un nuovo shock inflazionistico può rendere più difficile ridurre i tassi di interesse o, nei casi estremi, costringere la politica monetaria a rimanere restrittiva più a lungo. Il ritorno del Brent sopra 100 dollari è per questo particolarmente osservato alla vigilia delle decisioni della Banca centrale europea.
Per chi investe in fondi, ci sono quattro aspetti da tenere sotto controllo.
- Non confondere uno shock con un nuovo trend. Il petrolio può salire rapidamente per un evento geopolitico e scendere altrettanto velocemente quando il rischio diminuisce. Lo stesso vale per molte materie prime agricole. Inseguire i rialzi dopo che si sono già verificati aumenta il rischio di entrare nel momento sbagliato.
- Guardare all’effetto sui tassi. Se energia e alimentari mantengono alta l’inflazione, i rendimenti obbligazionari possono restare più elevati. Per i fondi obbligazionari diventano quindi importanti durata, qualità del credito e capacità del gestore di adattare il portafoglio a scenari diversi.
- Distinguere tra settori che beneficiano e settori che subiscono. Prezzi energetici elevati possono sostenere ricavi e margini di alcune società del settore energia e materie prime, mentre rappresentano un costo per imprese energivore, trasporti e attività con scarso potere di trasferire gli aumenti sui clienti. Per i fondi azionari conta quindi non soltanto l’esposizione geografica, ma anche quella settoriale.
- Ragionare in termini di diversificazione. Il ritorno della volatilità delle commodity ricorda perché un portafoglio non dovrebbe dipendere da un unico scenario macroeconomico. Fondi azionari, obbligazionari e strategie diversificate possono reagire in modo differente a crescita, inflazione e shock geopolitici.
IDEE DI INVESTIMENTO
Per gli investitori, dunque, la corsa delle commodity non è un tema su cui scommettere, ma un nuovo fattore di rischio da incorporare nelle decisioni di portafoglio. Il Brent a 120 dollari è oggi uno scenario possibile, non la previsione centrale. Allo stesso modo, i massimi raggiunti da gas, grano e mais non dicono automaticamente che i prezzi continueranno a salire.
La lezione più utile è un’altra: quando geopolitica, clima e sicurezza energetica agiscono contemporaneamente sull’offerta, la volatilità può rimanere elevata anche dopo che l’emergenza immediata sembra rientrata. E in uno scenario così incerto, diversificazione e gestione attiva del rischio diventano ancora più importanti.
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Note
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