Nel primo semestre 2026 i fondi sostenibili hanno ottenuto un rendimento mediano del 4,9%, contro il 4% dei fondi tradizionali. Ma il vantaggio non è uniforme: passa soprattutto dall’azionario e cambia molto tra aree geografiche e strategie. Capire da dove arriva la performance è più utile che fermarsi all’etichetta ESG. Per anni il dibattito sugli investimenti sostenibili si è concentrato soprattutto su una domanda: scegliere criteri ambientali, sociali e di governance significa rinunciare a una parte del rendimento? I dati del primo semestre 2026 suggeriscono che la risposta non può essere semplicemente sì o no.

Secondo l’ultima edizione di Sustainable Reality di Morgan Stanley Institute for Sustainable Investing, basata sui dati Morningstar di circa 99 mila fondi globali, nei primi sei mesi del 2026 il rendimento medio dei fondi sostenibili è stato del 4,9%, contro il 4% dei fondi tradizionali. Inoltre, il 72% dei fondi sostenibili ha chiuso il semestre con un rendimento positivo, rispetto al 67% dei tradizionali.

Non è però la prova che la sostenibilità produca automaticamente più rendimento. Il risultato dipende molto da asset allocation, settori e aree geografiche. Ed è proprio qui che si trovano le indicazioni più interessanti per chi investe in fondi.

Perché i fondi sostenibili hanno reso di più nel 2026

Il primo elemento da considerare è la composizione dei portafogli. Nell’universo analizzato da Morgan Stanley, il 56% dei fondi sostenibili è azionario, contro il 41% dei fondi tradizionali. E proprio l’azionario è stata l’asset class con le performance migliori nel semestre. Il risultato complessivo, quindi, è stato favorito da una maggiore esposizione alle azioni. Ma anche confrontando strumenti appartenenti alla stessa asset class emerge una differenza: i fondi azionari sostenibili hanno ottenuto un rendimento mediano del 9%, contro l’8,6% dei tradizionali.

Un segnale simile arriva da Morningstar, che nella sua analisi sul 2026 osserva come gli indici azionari orientati alla sostenibilità siano riusciti a tenere il passo con il mercato americano, e in alcuni casi a superarlo, nonostante la loro tipica minore esposizione al settore energetico tradizionale. Tra i fattori che hanno sostenuto le performance ci sono i semiconduttori e alcune società legate all’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale.

È un punto importante: sostenibilità, tecnologia e infrastrutture stanno diventando temi sempre più intrecciati. La crescita dell’AI aumenta infatti la domanda di elettricità, reti, sistemi di raffreddamento ed efficienza energetica, aprendo opportunità anche per aziende presenti nei portafogli sostenibili.

Dove i fondi sostenibili hanno battuto i tradizionali

La geografia rende il quadro ancora più interessante. Nel primo semestre i fondi sostenibili hanno registrato rendimenti medi superiori a quelli tradizionali in tutte le quattro principali aree di investimento considerate da Morgan Stanley. In particolare:

  • Le differenze maggiori sono emerse soprattutto in Asia-Pacifico e Americhe. Nell’APAC il rendimento mediano dei fondi sostenibili è stato dell’11,6%, contro il 4,8% dei tradizionali. Nelle Americhe il confronto è stato 8,8% contro 5,5%. Anche nell’universo globale il vantaggio è stato visibile, con il 4,4% contro il 2,3%.
  • In Europa il risultato merita una lettura a parte. Considerando i fondi domiciliati nella regione, quelli classificati da Morningstar come sostenibili hanno prodotto nel semestre un rendimento mediano del 3,9%, più del doppio dell’1,8% dei tradizionali. I fondi classificati come Articolo 9 secondo la normativa europea SFDR hanno raggiunto il 4%, contro il 2,2% degli Articolo 8.

Sono differenze significative, ma non vanno trasformate in una regola generale: mostrano cosa è successo in un determinato semestre, non cosa necessariamente accadrà nel prossimo.

Azionario sì, obbligazionario no: la sostenibilità non vince sempre

Il dato forse più utile dello studio è proprio quello che impedisce di leggere il 4,9% contro 4% come una vittoria generalizzata dell’investimento sostenibile. Nel reddito fisso è accaduto esattamente il contrario. In particolare:

  • I fondi obbligazionari sostenibili hanno registrato un rendimento medio del -1,3%, mentre i fondi obbligazionari tradizionali hanno guadagnato l’1,3%. Anche nella categoria che comprende multi-asset, immobiliare, materie prime e alternativi i sostenibili sono rimasti leggermente indietro: 2,5% contro 3%.
  • Nel reddito fisso ha pesato soprattutto la diversa distribuzione geografica: Global ed Europa, che hanno avuto rendimenti mediani negativi, rappresentano circa l’80% dei fondi obbligazionari sostenibili considerati dallo studio, contro il 39% dei tradizionali.

La lezione è importante anche dal punto di vista dell’educazione finanziaria: l’etichetta sostenibile non sostituisce l’analisi del portafoglio. Per capire perché un fondo sale o scende bisogna guardare cosa possiede realmente.

L’analisi del lungo periodo dice qualcosa in più

Un semestre è troppo breve per giudicare una strategia di investimento. Morgan Stanley prova quindi ad allungare l’orizzonte partendo dalla fine del 2018. Applicando in ogni semestre il rendimento mediano dell’universo analizzato, 100 dollari ipoteticamente investiti in un fondo sostenibile nel dicembre 2018 sarebbero diventati 171 dollari a giugno 2026, contro 159 dollari per un fondo tradizionale. Si tratta di una simulazione basata sui rendimenti mediani, non della performance di un fondo realmente investibile.

Il percorso, inoltre, non è stato lineare. Nel 2022, per esempio, i sostenibili hanno sofferto maggiormente e anche nel secondo semestre 2024 e nel primo semestre 2025 hanno sottoperformato. La serie storica di Morgan Stanley mostra quindi un’alternanza di fasi, legata anche alle caratteristiche dei mercati e alla diversa composizione degli universi di investimento. È una cautela confermata anche da Morningstar: nel 2024, per esempio, i fondi sostenibili statunitensi avevano mediamente sottoperformato i concorrenti convenzionali e soltanto il 42% si era collocato nella metà superiore della propria categoria.

Più che dimostrare una superiorità strutturale, quindi, i dati suggeriscono che l’investimento sostenibile può attraversare cicli di sovra e sottoperformance esattamente come qualsiasi altro stile di investimento.

AI, energia e reti stanno cambiando anche i fondi ESG

C’è poi un fenomeno nuovo che aiuta a spiegare una parte delle performance del 2026. La transizione energetica non riguarda più soltanto solare, eolico e decarbonizzazione. La crescita dell’intelligenza artificiale sta trasformando energia e infrastrutture in uno dei principali colli di bottiglia dell’economia digitale. Morningstar rileva che negli Stati Uniti, dopo 14 trimestri consecutivi di deflussi, i fondi sostenibili sono tornati a raccogliere quasi 3 miliardi di dollari nel secondo trimestre 2026. Una parte significativa dell’interesse si è concentrata proprio su infrastrutture elettriche, reti ed energy transition, spinte anche dalla crescente domanda energetica di AI e data center.

Anche UBS aveva segnalato all’inizio del 2026 che, mentre le strategie basate sui leader ESG si muovevano sostanzialmente in linea con il mercato, alcuni temi come energie alternative e acqua stavano facendo meglio. Questo suggerisce un cambiamento di prospettiva: alcuni temi sostenibili non sono più soltanto una scelta legata a criteri ESG, ma intercettano investimenti strutturali in energia, elettrificazione, reti e infrastrutture.

Ma gli investitori sono tornati davvero sui fondi sostenibili?

Solo in parte. La performance è migliorata più velocemente della raccolta. Morgan Stanley calcola che il patrimonio globale dei fondi sostenibili abbia raggiunto a giugno il nuovo massimo di 4.240 miliardi di dollari, il 4,8% in più rispetto alla fine del 2025. Ma gran parte dell’aumento deriva proprio dall’andamento dei mercati. I fondi sostenibili rappresentano oggi il 6,1% del patrimonio complessivo dell’universo analizzato, contro il massimo del 7,2% raggiunto nel 2023. Nel primo semestre hanno raccolto 37,7 miliardi di dollari, equivalenti allo 0,9% del patrimonio di fine 2025, mentre i fondi tradizionali hanno raccolto il 2,5%.

Anche Morningstar fotografa un recupero ancora fragile: nel secondo trimestre i fondi sostenibili globali hanno raccolto circa 3,7 miliardi di dollari, con flussi positivi in Europa e Stati Uniti ma ancora negativi in diverse aree asiatiche. Il ritorno delle performance ha ancora prodotto un ritorno altrettanto deciso degli investitori.

Come scegliere un fondo sostenibile: 5 cose da guardare

Per chi investe, la conclusione più utile è evitare due scorciatoie opposte: pensare che un fondo sostenibile debba necessariamente rendere meno oppure che i risultati del 2026 dimostrino che renderà sempre più di uno tradizionale.

Prima di scegliere un fondo sostenibile, è bene controllare cinque elementi:

  1. asset class e area geografica, perché nel 2026 hanno spiegato una parte rilevante delle differenze;
  2. strategia effettiva, distinguendo per esempio tra integrazione ESG, esclusioni, transizione e impact investing;
  3. composizione del portafoglio, per capire quali settori e aziende generano davvero il rendimento;
  4. rischio e volatilità, confrontandoli con fondi della stessa categoria;
  5. orizzonte temporale e diversificazione, evitando di trasformare la sostenibilità in una scommessa su un singolo tema.

IDEE DI INVESTIMENTO

La domanda da farsi, quindi, non è semplicemente se i fondi sostenibili battono quelli tradizionali. I dati del 2026 mostrano che possono farlo, e in alcune aree con un margine significativo. La domanda più utile per un investitore è capire dove nasce quel vantaggio, quali rischi comporta e se è coerente con il proprio portafoglio e con il proprio orizzonte di investimento.

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NOTE
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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

Competenze:
Giornalista segue da oltre 20 anni le dinamiche del mercato del risparmio gestito, della consulenza finanziaria e dei protagonisti del mondo degli investimenti. Per Online SIM scrive di scenari e storie di mercato, megatrend e idee di investimento, educazione finanziaria.

Esperienza:
É stata caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vicecaporedattore di Panorama Economy (Gruppo Mondadori).
Nel 2015, dopo la lunga carriera nella carta stampata economica, è passata alla comunicazione come responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content occupandosi di progetti editoriali in diversi settori (risparmio, finanza, assicurazioni).
Dal 2015 cura la redazione dei contenuti del Blog di Online SIM, che oggi conta oltre 1200 articoli.

Formazione:
Ha una laurea in lingue e letterature straniere e una specializzazione in giornalismo.

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