Quando si parla di mercati emergenti la definizione classica in economia rimanda in primo luogo alla sigla NIC (Newly Industrializing Countries, ovvero Nazioni di recente industrializzazione) che fin dal secolo scorso caratterizza le economie non ancora completamente sviluppate, ma che possiedono tutti i requisiti per esprimere un grande potenziale da valorizzare che può spingere la crescita del Prodotto interno lordo (PIL). Bisogna arrivare al 1989 per avere una definizione quantitativa di queste economie che si deve alla Banca Mondiale: un mercato emergente è un paese il cui Prodotto interno lordo (PIL) pro capite non è superiore a 13 mila dollari.

Ecco cosa imparerai sui mercati emergenti:

Caratteristiche di un Paese emergente

Dal punto di vista della finanza, i mercati finanziari in via di sviluppo economico offrono opportunità di ottenere rendimenti elevati a cui corrisponde un altrettanto elevato grado di rischio e volatilità. Un Paese emergente è caratterizzato da:

  • una rapida crescita economica che nella maggior parte dei casi si basa sull’esportazione;
  • una trasformazione dell’economia a forte matrice rurale verso una più votata ai servizi. Questo porta alla trasformazione dei processi agricoli e spinge l’industria e l’urbanizzazione;
  • una forte trasformazione sociale che porta alla diminuzione del tasso di povertà e spesso alla nascita di una forte classe media con nuovi consumi;
  • un forte incremento dei capitali provenienti dall’estero con investimenti che mirano ad avere risultati nel lungo termine in territori dove spesso l’instabilità politica ha un peso rilevante sulla crescita economico-sociale.

La mappa dei Paesi emergenti: non solo BRICS

A livello geografico, America Latina (Brasile, Argentina, Messico), Asia (Cina e India), Africa (Sud Africa), Europa dell’Est (Russia) e adesso anche Paesi Arabi (Emirati Arabi Uniti) sono le aree che oggi sono comunemente definite emergenti. I Paesi che più degli altri hanno ottenuto l’attenzione dei grandi investitori negli ultimi 10 anni sono stati racchiusi in una sigla BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), acronimo creato nel 2001 dall’ex capo economista di Goldman Sachs, Jim O’Neill, a cui successivamente è stata aggiunta una “S” che sta per Sud Africa, trasformando la sigla in BRICS. Si deve a O’Neil anche la creazione di un’altra sigla: MINT (Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia) che l’economista, adesso ex Goldman Sachs, ha lanciato nel 2013 individuando questi Paesi come quelli a più alto potenziale di crescita nei prossimi 20 anni.

Non stupisce che le definizioni dei Paesi in via di sviluppo si trasformino veloci come l’evoluzione economica di questi Paesi. Tanto che la sigla BRICS ha perso appeal negli ultimi 5 anni per i grandi investitori con una forte discesa dei flussi di investimento dal 2010 al 2015 e la chiusura di alcuni fondi. La trasformazione economica del Sud Est asiaticoinsieme alla transizione verso energie più pulite, ha accelerato il declino dei BRICS che in molti adesso vedono come una sigla di marketing per rendere appetibili prodotti che investono sui Paesi emergenti.

La verità è che negli ultimi 10 anni il mondo delle economie emergenti è cresciuto a tal punto che alcuni dei cosiddetti mercati emergenti ora sono più maturi e sono diventati così grandi da non poter essere ignorati in un portafoglio globale di investimento. Del resto, sono passati quasi 30 anni dalla definizione data dalla Banca Mondiale per descrivere un Paese emergente e, con l’inizio del nuovo millennio, lo sviluppo ha subito un’accelerazione. La spinta è stata ancora più forte dopo le crisi del 2001 e 2007 e questi Paesi sono ora generalmente più maturi rispetto a dieci anni fa. Basti pensare che oggi, secondo un’analisi di Loomis, Sayles & Company (gruppo Natixis Global AM) contribuiscono a oltre il 50% della produzione globale a parità di potere d’acquisto e che la maggior parte dei Paesi emergenti mostra rating del credito «investment grade» e mercati finanziari in rapida crescita.

Gli indici di mercato: MSCI e EMBI sono i benchmark emergenti

L’evoluzione dei mercati emergenti si legge negli indici di mercato che sono presi come parametro di riferimento per chi investe su queste aree.

L’indice MSCI emerging markets è il parametro di riferimento (benchmark) comunemente usato dai fondi azionari che investono sui mercati emergenti. Misura l’andamento delle azioni (large e mid cap) in 24 paesi dei mercati emergenti (Brasile, Cile, Cina, Colombia, Repubblica Ceca, Egitto, Grecia, Ungheria, India, Indonesia, Corea, Malesia, Messico, Pakistan, Perù, Filippine, Polonia, Russia, Qatar, Sud Africa, Taiwan, Thailandia, Turchia e Emirati Arabi Uniti). L’indice copre approssimativamente l’85% della capitalizzazione di mercato corretta per il flottante in ciascun paese. Ed è in continua evoluzione. Dopo l’ingresso della Cina, il 20 giugno 2018, MSCI ha annunciato l’inclusione dell’indice MSCI Arabia Saudita nell’indice MSCI Emerging Markets e la riclassificazione dell’indice MSCI Argentina da Mercati di frontiera allo stato dei Mercati emergenti a partire da giugno 2019. Inoltre, MSCI ha anche rivelato che l’indice MSCI Kuwait sarà incluso nella revisione della classificazione di mercato annuale 2019 per una potenziale riclassificazione dallo status di mercati di frontiera a mercati emergenti.

L’Emerging Markets Bond Index – EMBI è l’indice obbligazionario dei mercati emergenti riferimento per misurare l’andamento del rendimento totale di titoli di stato internazionali emessi dai paesi dei mercati emergenti che sono considerati debito sovrano. I bond possono essere emessi in una valuta diversa da quella locale e devono soddisfare specifici requisiti di liquidità e strutturali. Generalmente sono emessi in valuta estera (dollari statunitensi, euro o yen giapponesi) ma nel corso degli ultimi due anni le emissioni in valuta locale hanno riscosso più interesse da parte degli investitori. A causa dell’aumento del rischio economico e politico presente in questi paesi, il rating del credito sui titoli dei mercati emergenti tende ad essere inferiore a quello delle obbligazioni dei mercati sviluppati. A causa del maggiore rischio percepito di investire in queste attività, le obbligazioni sovrane hanno rendimenti più elevati per gli investitori rispetto a quelli delle obbligazioni più stabili nei paesi sviluppati.
Gli indici obbligazionari dei mercati emergenti più popolari sono l’indice J.P. Morgan EMBI +, l’indice J.P. Morgan EMBI Global e l’indice J.P. Morgan EMBI Global Diversified. L’indice EMBI + misura le obbligazioni Brady, che sono obbligazioni denominate in dollari emesse principalmente dai paesi dell’America Latina. L’EMBI + include anche prestiti denominati in dollari e Eurobond, e si espande su J.P. Morgan, l’indice Emerging Markets Bond (EMBI) originario di Morgan, che è stato introdotto nel 1992 quando riguardava solo le obbligazioni Brady. I paesi dell’indice EMBI + sono selezionati in base a un livello di rating del credito sovrano. L’indice è ponderato sulla base della capitalizzazione di mercato dei titoli di stato, ma è il sotto indice con i maggiori requisiti di liquidità, quindi alcuni mercati sono esclusi. Per poter beneficiare dell’appartenenza all’indice, il debito deve essere superiore a un anno dalla scadenza, avere un valore nominale di almeno 500 milioni di dollari e rispettare rigorose linee guida commerciali per garantire che le inefficienze nei prezzi non influiscano sull’indice.

Opportunità e rischi: cosa è cambiato sui mercati emergenti

Dall’inizio del 2016 fino a gennaio 2018 i rendimenti dei mercati emergenti sono stati molto positivi, basti pensare al rally del mercato azionario che ha portato a una crescita costante con l’indice MSCI Emerging markets che ha quasi raddoppiato il suo valore dai 740 punti del febbraio 2016 agli oltre 1200 punti di gennaio 2018. Non è stato da meno il comparto obbligazionario che ha vissuto un ottimo 2016 quando tutte le classi di investimento obbligazionarie misurate dagli indici J.P. Morgan hanno reso in media il 10%. Si tratta di annate straordinarie il rally dei mercati emergenti ha subito successivamente una battuta di arresto cominciando dall’obbligazionario alla metà del 2017 – in per poi arrivare sull’azionario da gennaio 2018.
Questi andamenti e rendimenti sono tipici di un’economia emergente per due ragioni:

  • Investire sui Paesi emergenti vuol dire sfruttare le inefficienze del mercato prestando attenzione al rischio che si corre che è in media molto più elevato rispetto a un mercato maturo.
  • Investire sui Paesi emergenti significa anche mettere in conto una buona dose di volatilità del portafoglio a fronte di un rendimento che in media è più elevato rispetto a un qualsiasi mercato maturo.

La correzione di gennaio ha colpito tutte le Borse mondiali, ma l’indice azionario MSCI Emerging Markets fino alla prima metà di aprile 2018 aveva fatto meglio del mercato mondiale MSCI World. Poi qualcosa è cambiato. E allo stesso modo a maggio 2018 per la prima volta da dal 2016 in avanti i fondi obbligazionari specializzati in bond emergenti hanno registrato riscatti con un deflusso netto di un miliardo e 200 milioni. Cosa è accaduto? La correzione sui mercati emergenti dipende da tre i fattori chiave:

  • i mercati emergenti sono stati colpiti dall’effetto congiunto di un trend di crescita globale che non è più così sincronizzato;
  • i mercati emergenti hanno sofferto le decisioni economiche di Donald Trump che ha varato tagli alle imposte per aziende americane, sanzioni nei confronti di Russia e Iran e innescato una guerra commerciale con Cina ed Europa;
  • i mercati emergenti sono penalizzati dalle aspettative di rialzo dei tassi d’interesse americani e dal conseguente rafforzamento del dollaro e del prezzo del petrolio.

IDEE DI INVESTIMENTO

Prospettive secondo semestre 2018

Quali sono le prospettive per il secondo semestre 2018? La dinamica attesa sui tassi di interesse americani e il rafforzamento delle minacce di dazi e guerre commerciali da parte di Donald Trump, secondo un panel di 20 investitori istituzionali sentiti da Bloomberg, fa supporre che il fondo per i mercati emergenti sia ancora lontano. Secondo il sondaggio Bloomberg, il sell-off di valute e obbligazioni emergenti dovrebbe continuare anche nel secondo semestre 2018. È il segnale che il fascino delle attività più rischiose sta iniziando a svanire tra l’aumento degli attriti commerciali tra Cina e Stati Uniti e il continuo restringimento quantitativo della Fed. Il secondo trimestre 2018 per valute e azioni emergenti è stato il peggiore dal 2015 quando a preoccupare era l’economia della Cina. Per l’economista Carmen Reinhart i dubbi sullo stato di salute delle economie dei mercati emergenti sono tanti rispetto a cinque anni fa e il dollaro forte li amplifica, mentre per il team emerging market debt di Morgan Stanley guidato da Eric Baurmeister è la Cina – entrata da poco nell’indivce MSCI Emerging Markets – a pesare sull’andamento obbligazionario perché sta attraversando una fase di transizione verso un’economia meno dipendente dagli investimenti e più orientata ai consumi.

Morgan Stanley

Per Morgan Stanley questo fattore inevitabilmente comporta un rallentamento della crescita e una riduzione dell’avanzo delle partite correnti, oltre a esercitare un forte impatto sugli indici della regione nel complesso. In termini di inflazione, invece, per Morgan Stanley oggi i Paesi emergenti sono in condizioni decisamente migliori rispetto a cinque anni fa o al periodo della crisi finanziaria globale e anche se il debito pubblico è maggiore che in passato, i costi di finanziamento – sia per i governi, in valuta forte e locale, che per le aziende – sono scesi, in particolare rispetto al 2008.
Resta il fatto che il rafforzamento del dollaro è destinato a durare e pesa sul debito dei Paesi emergenti. Secondo l’Institute of International finance ci sono 8.300 miliardi di dollari di debito in valuta forte accumulato in questi anni da governi e aziende dei Paesi emergenti e da qui alla fine del 2019 dovranno rifinanziare 2.900 miliardi di dollari di debito, di cui il 27% denominato in valuta americana.

Fondo Monetario Internazionale

Ed è un fatto che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 le economie dei mercati emergenti dovrebbero crescere a un ritmo vicino al 5% della crescita del prodotto interno lordo (PIL), quasi il doppio rispetto ai mercati sviluppati. Ai livelli attuali, le azioni dei mercati emergenti rappresentano un’opportunità interessante per gli investitori di lungo periodo. Secondo Morgan Stanley, la crescita degli utili e dei ricavi delle azioni dei mercati emergenti dovrebbe superare quella dei mercati sviluppati nel corso del 2019: la crescita più forte degli utili è attesa in Asia (Cina e Corea del Sud) e dai settori tecnologia, materie prime ed energia.

I più importanti benchmark relativi agli asset Emergenti, sia lato bond, sia equity, sono in rosso da gennaio a luglio 2018.  L’indice MSCI Emerging in dollari sta perdendo il 7%, mentre sul fronte obbligazionario i due benchmark Jpm EMBI, uno legato alle emissioni in dollari e uno ai titoli in valuta locale, perdono rispettivamente il 4% e il 6%. Per gli investitori in euro, e quindi per gli italiani, l’effetto è attenuato dai guadagni del biglietto verde. In questa fase di mercato nella scelta di un fondo obbligazionario Paesi emergenti conta la valuta, mentre se si vuole puntare su un fondo azionario, la scelta migliore è restare sull’area asiatica che sta vivendo un ciclo tecnologico sostenuto, ha un’inflazione in aumento e banche centrali orientate a contrastare la politica restrittiva americana.

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Note

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