Referendum punto e a capo. I sondaggi e gli analisti per la prima volta quest’anno in materia di geopolitica sono riusciti a prevedere con un’esattezza quasi millimetrica la vittoria del “NO” al referendum italiano. I mercati finanziari il giorno dopo l’esito delle urne sono andati via lisci sulle note di uno scontato “era già tutto previsto”. Borse europee tutte positive (+1,2% l’indice Eurostoxx il 5 dicembre 2016) con il comparto bancario che ha chiuso con un rialzo dell’1%, spread Btp/Bund nella norma e mercato obbligazionario in tenuta, anche in vista della riunione della Bce l’8 dicembre, con l’unica nota stonata, ma anche qui scontata, dell’euro in discesa sui minimi di 20 mesi. Nulla fa presagire significativi contraccolpi di breve periodo, insomma, nonostante sia ovvio un aumento della volatilità. A suggellare un clima quasi idilliaco del post voto è arrivata anche la nota di Standard & Poor’s che ha confermato il rating del debito sovrano italiano al livello “BBB-“, il livello più basso tra i Paesi considerati come investimento sicuro, stabile, perché “l’esito negativo del referendum non ha alcun impatto immediato sull’Italia”. Molto rumore per nulla? Non proprio. Perché negli scenari scontati dal mercato e dalle previsioni dei gestori, non era prevista una ridiscesa in campo immediata di Matteo Renzi che, dopo essersi dimesso a voto caldo, ha deciso nella serata di lunedì 5 dicembre di non lasciare nelle mani dell’opposizione l’arma del voto anticipato. Il dimissionario Renzi, anche se le dimissioni sono state congelate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché il Governo deve prima approvare la legge di bilancio e il premier prima di andarsene deve essere sfiduciato dal Parlamento, dunque, non molla. E rilancia forte del 40% di “SI” chiamando elezioni anticipate che dovrebbero svolgersi al massimo entro febbraio 2017.

Referendum Italia: come cambia l’asset allocation

Per gli analisti di Goldman Sachs, l’ipotesi di andare a votare entro febbraio 2017 ha il 25% di probabilità di avverarsi, mentre è plausibile che si insedi un Governo tecnico fino alla dine della legislatura, ovvero fino al 2018. L’ipotesi di elezioni anticipate, addirittura chiamate dallo sconfitto Renzi come sfida finale e così ravvicinate, costringe i gestori di portafoglio a nuove riflessioni di asset allocation. Perché se una vittoria netta, di qualsiasi colore, al referendum è comunque un segno di stabilità per i mercati, a questo punto, invece, si potrebbe aprire un periodo di instabilità politica prolungato segnato da bracci di ferro e ricatti. Cosa potrebbe accadere? Per i pragmatici analisti inglesi di M&G investment, data la conformazione politica dell’Italia, non ci troviamo di fronte a niente di diverso rispetto al passato perché il nostro Paese ha alle spalle 63 governi e 27 primi ministri negli ultimi 70 anni, e un rifiuto delle riforme proposte nel referendum ha sancito semplicemente che le cose continuano lungo lo stesso percorso di instabilità. Ma persino gli analisti di M&G devono ammettere che una crisi di governo è un latro conto e potrebbe avre effetti nell’intera eurozona, è un altro conto. Ovviamente gli occhi sono puntati su Mario Draghi e la Bce, ancora una volta ago della bilancia in caso di stress della zona euro. I mercati hanno reagito in modo calmo, quindi, per ora non sembra necessaria una manovra di emergenza in soccorso dell’Italia, anche perché Draghi avrebbe un problema politico.
Secondo diversi analisti, infatti, quota del debito dei Paesi dell’euro che la Bce avrebbe raccolto in questi ultimi anni sarebbe italiana per circa un quarto del totale: per statuto non può superare il 33% per singola nazione. Draghi avrebbe, quindi, ha potere non assoluto in caso di crollo dei Btp. Per questo il rischio di instabilità italiana dà un motivo in più perché la Bce prolunghi i suoi interventi e non annunci l’avvio del temuto tapering, cioè il progressivo allentamento degli acquisti, estendendo, invece, nella seduta dell’8 dicembre 2016, il suo programma mensile di acquisto per altri sei mesi oltre il marzo 2017 per 80 miliardi.

IDEE DI INVESTIMENTO

I gestori nella fase post referendum stanno adottando un atteggiamento che in gergo si definisce “wait and see” ovvero aspettano di vedere come si evolve e che direzione prende la crisi politica che il voto referendario ha innescato. In un certo senso, questo atteggiamento è rassicurante per chi investe, perché significa che non sono attesi grossi scossoni al ribasso nel breve periodo. Ma vuole anche dire che la vicenda referendum italiano è tutt’altro che finita e si sta trasformando in qualcosa di diverso.

In attesa di maggiori certezze sull’iter politico, ecco gli effetti attesi nel medio periodo sui principali asset di portafoglio secondo i gestori di Natixis Asset Management, e Axa Investment Managers e Nordea:

  • La crisi italiana non è Brexit. Al momento sono pochi gli effetti finali su oro su cui pesa il dollaro forte ed euro, che era partito debole, con gli analisti che sembrano concordi nel pensare che il risultato referendario e l’incertezza politica siano un ostacolo soprattutto per la ricapitalizzazione delle banche, anche se in giro c’è tanta liquidità. L’impatto sull’euro potrebbe essere più importante se, dopo le elezioni, il partito anti euro crescesse di peso in Parlamento. Questo segnerebbe un cambiamento epocale per l’Italia e un rischio per l’Unione europea nel suo complesso.
  • Sul mercato azionario rischiano solo le banche. A breve termine, il settore bancario italiano è l’osservato speciale del mercato azionario. Le banche sono ancora in una posizione molto difficile in quanto la percentuale di crediti in sofferenza è molto alta, e il processo di ricapitalizzazione rischia di subire un’interruzione nel processo appena avviato. Questo è il problema più preoccupante, in quanto non vi può essere alcuna ripresa duratura dell’economia italiana senza un sistema bancario solido. Per i gestori, da privilegiare in questa fase sono i settori auto e industria e sul made in Italy fatto dalle piccole e medie imprese.
  • Il mercato obbligazionario è appeso alla Bce. Lo spread Btp/Bund è al momento nella norma e nulla fa presagire che la situazione possa mutare nel breve. Tuttavia, tutto fa presagire un’estensione del programma di quantitative easing oltre l’attuale scadenza, marzo 2017, in occasione della riunione dell’8 dicembre 2016, sulla scia dei commenti fatti da funzionari della Bce nel mese di novembre. Un sostegno al mercato obbligazionario è attesa anche dalla Banca centrale americana (Fed) il 14 dicembre, e questo fa pensare che sia il momento di tornare a puntare sui fondi obbligazionari globali.

Note
Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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