Il difficile percorso di Brexit con l’ennesima sconfitta di Theresa May sull’opzione di un piano B per un’uscita soft dall’Unione europea è la dimostrazione di quanto sia difficile fare previsioni su eventi macroeconomici che condizionano i mercati e gli investimenti. E questo è ancora più vero quando gli economisti cercano di prevedere uno stop della crescita economica, anche se, come ha ricordato il premio Nobel Paul Samuelson è proprio ai mercati, all’andamento delle Borse, che bisognerebbe guardare. Samuelson, poco prima di vincere il Nobel, aveva affermato che il calo dei prezzi delle azioni americane aveva previsto correttamente nove delle ultime cinque recessioni americane. Erano gli anni ’60 del secolo scorso, il mondo da allora è cambiato e questo esercizio è diventato più difficile con la globalizzazione.

Il punto è che, da alcune settimane, nelle sale operative l’argomento recessione è tornato di attualità insieme con la fallibilità delle previsioni degli economisti. La ragione? La storia recente, quella degli ultimi dieci anni, dimostra che gli outlook non hanno saputo anticipare punti di svolta importante. Non è stato così nel 2007, per esempio, anno in cui è cominciata la grande recessione americana, circa nove mesi prima che Lehman Brothers dichiarasse bancarotta. Ma c’è di più. Uno studio di Fathom Consulting, società di analisi inglese, riportato da Bloomberg, afferma che gli economisti del Fondo monetario internazionale (FMI) dal 1988 a oggi sono stati in grado di vedere segnali di recessione solo pochi mesi prima che gli eventi accadessero e, più in generale, che gli economisti tendono a sottovalutare la grandezza della crisi almeno fino a quando non si arriva alla fine dell’anno solare che stanno analizzando.

In una fase di difficile interpretazione dei segnali macroeconomici come quella attuale le previsioni, dunque, sono difficili perché le informazioni sono a volte incomplete e arrivano in ritardo. Inoltre i punti di svolta nell’economia sono spesso bruschi, alcuni sono causati da choc finanziari, come per esempio il panico di cui può essere preda il mercato azionario che a sua volta è imprevedibile. Cosa dicono gli economisti adesso? Secondo il consensus di Bloomberg, la crescita in Cina fa ben sperare, mentre l’Europa sembra fragile – l’Italia è già in recessione e la Germania e la Francia rischiano di rimanere stagnanti – e l’America, stando alle previsioni, è destinata a entrare in recessione dal 2020. Questo dice il coro degli economisti.

IDEE DI INVESTIMENTO

Molte delle analisi degli economisti che circolano in queste settimane ripetono come un mantra che i tempi sono cambiati, che il ciclo economico è stato domato e che ci aspetta un futuro con atterraggi più morbidi e meno recessioni. Questo scenario si chiama stabilizzazione in un’economia che sta rallentando e, secondo gli economisti di JPMorgan Chase & Co portà portare a una flessione nel corso del 2020. La parola recessione è, al momento, bandita dai report e c’è chi, come Morgan Stanley, riesce ad essere ancora ottimista e paragona la situazione attuale al 1999. Allora l’Europa stava facendo i conti la moneta unica, la disoccupazione negli Stati Uniti era ai minimi e le valutazioni dei titoli azionari erano ai massimi. Nacque proprio nel 1999 il termine “esuberanza irrazionale” dei mercati e, ricorda Morgan Stanley, la paura maggiore per gli investitori era “perdere denaro”. Il 1999 si chiuse con un rialzo del 20% dello Standard & Poor’s 500 e di oltre il 25% dell’indice MSCI World. Il timore di perdere è lo stesso sentimento che guida gli investitori di oggi, ma questa, secondo Morgan Stanley, è l’unica analogia con il 1999. La ragione? Le azioni in Cina hanno recentemente toccato il punto più basso dal 2014 e in Europa le azioni value stanno scambiando vicino a minimi degli ultimi 20 anni. Dopo la pausa del 2018, il 2019 è sicuramente più volatile, ma potrebbe trasformarsi in un buon anno per le azioni nei principali mercati globali, come nel 1999.

Per investire sulla Cina anche dopo l’apertura agli investitori esteri sulle A-Shares esistono fondi azionari specializzati.

Per investire in maniera globale sullo stile value ci sono fondi azionari globali specializzati, se si vuole puntare sull’Europa ci sono fondi azionari a stile value (Categoria Morningstar: Azionari Large Cap value).

La top 5 dei fondi azionari Europa a stile value

ProdottiRendimento YTDRendimento 3y
AB FCP I European Equity Portfolio Classe A15,49%8,02%
Bgf European Value Eur Classe E212,95%1,66%
Raiffeisen Azionario Europeo (r)12,86%6,54%
AXA Rosenberg Equity Alpha Trust - AXA Rosenberg Pan-European Equity Alpha Fund A USD Acc12,76%4,30%
Invesco Funds - Invesco Pan European Focus Equity Fund Z Accumulation EUR12,50%---
Nella tabella, i migliori fondi azionari che investono sul mercato europeo con uno stile value ordinati per rendimento da gennaio 2019. Dati in euro aggiornati ad aprile 2019. Fonte: Morningstar.

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

 

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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