C’è la nuova minaccia di inasprimenti dei dazi alla Cina da parte di Donald Trump dietro la nuova discesa del prezzo del petrolio che ha toccato i 60 dollari al barile. Ma le tensioni geopolitiche nel mondo disegnano un quadro che più rialzista non potrebbe essere per l’andamento del prezzo del barile.
Basta mettere in fila tutte le questioni aperte nei paesi ad alta produttività di petrolio per capire che sono tanti i segnali che spingono verso un rialzo dell’oro nero:

  • Dall’inizio di maggio il petrolio iraniano è penalizzato a causa del mancato rinnovo delle esenzioni americane sull’import che hanno un solo obiettivo: azzerare l’export del greggio. Tanto che l’elenco dei Paesi che hanno cominciato a ridurre gli acquisti del petrolio iraniano si sta allungando (Cina, Italia, Grecia, Taiwan, India, Giappone, Corea del Sud e Turchia).
  • Il Venezuela, altro grande Paese produttore di petrolio, è sull’orlo di una guerra civile che vede da un lato il presidente Juan Guaidó e dall’altro il Presidente chavista, Nicolás Maduro, sostenuto dall’esercito. Il mancato golpe ha riportato in primo piano la gestione militare del petrolio con la principale compagnia petrolifera venezuelana che è nelle mani degli ufficiali dell’esercito bolivariano con una gestione clientelare.
  • In Libia sono ripresi gli scontri attorno a El Sharara, il più grande giacimento petrolifero del Paese, e si respira un clima simile al 2011 quando scoppiò la rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi. Date le dimensioni degli scontri, le esportazioni libiche di petrolio e gas sono fortemente a rischio.
  • Non ci sono tensioni politiche in Russia, al momento, ma un grave incidente al maxioleodotto Druzhba ha imposto alle compagnie petrolifere russe di ridurre la produzione del 10% almeno per una decina di giorni, ma la situazione non tornerà alla normalità per alcuni mesi.

Secondo l’analisi di Morgan Stanley ci sono sufficienti indizi per indurre gli investitori a prepararsi a un rialzo del prezzo del petrolio nel medio termine e fare fronte a tre rischi principali:

  • Un aumento del prezzo del petrolio comporta un aumento dell’inflazione e questo potrebbe spingere la Banca centrale americana (FED) a riconsiderare un aumento dei tassi di interesse entro la fine dell’anno, una possibilità che i mercati non hanno scontato e che potrebbe portare volatilità in Borsa.
  • L’aumento del prezzo del greggio porta a un aumento del prezzo della benzina e ha come conseguenza una minore spesa dei consumatori con una contrazione degli utili per molte aziende.
  • Un aumento del prezzo del petrolio potrebbe mettere in pericolo la fragile ripresa economica in Cina e nei mercati emergenti, soprattutto in questo momento del ciclo economico indeciso tra stallo e ripartenza.

Secondo l’analisi di Morgan Stanley anche se i mercati azionari e obbligazionari continuano a crescere, aiutati da una politica accomodante delle banche centrali, questo schema non potrà continuare a lungo. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) in gioco ci sono anche gli interessi dell’Arabia Saudita che sono in contrasto con le manovre di Donald Trump intenzionato a far aumentare la produzione e tenere il prezzo del petrolio basso. La ragione? Per far quadrare il bilancio 2019 l’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo del barile a 85 dollari, secondo gli economisti del FMI, mentre per fa quadrare i conti l’Iran avrebbe bisogno di un prezzo di 126 dollari al barile. All’estremo più basso ci sono la Russia alla quale bastano 40 dollari al barile, e, tra i Paesi OPEC, il Kuwait, al quale sono sufficienti 49 dollari al barile.

IDEE DI INVESTIMENTO

Il mercato azionario è il più vulnerabile alle oscillazioni del prezzo del petrolio. Dopo un rialzo costante del prezzo del barile fino allo scorso 23 aprile, a causa delle tensioni geopolitiche, nelle ultime due settimane c’è stata una correzione del 6% circa al ribasso. Secondo l’analisi di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte SIM, tra le ragioni alla base di questa apparente contraddizione ci sono un continuo aumento della produzione americana (al massimo storico); una riduzione dell’offerta esportata degli altri produttori, soprattutto se non fossero prorogati i tagli OPEC in scadenza a giugno; la possibilità che la Russia possa opporsi alla proroga dei tagli OPEC, per evitare che gli Usa aumentino troppo la quota di mercato. Tutto questo nel breve periodo potrebbe tradursi in una ulteriore discesa del prezzo del barile fino a 50-55 dollari, ma nell’analisi di Intermonte SIM si conferma che il trend è rialzista soprattutto se si guarda alla seconda metà del 2019 anche in vista di nuove manovre sulla liquidità da parte delle banche centrali.

In queste fasi di mercato, è bene riconsiderare la propria asset allocation sempre in coerenza con gli obiettivi e la durata dell’investimento.

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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