Il ministro dell’energia degli Emirati arabi uniti, Suhail Al Mazrouei, ha una visione “ottimista” sul fatto che l’Opec e i paesi produttori non aderenti al cartello estendano l’accordo sui tagli alla produzione con l’obiettivo di bilanciare il mercato petrolifero. E il mercato, in generale, secondo quanto riporta Bloomberg si attende che nel 2018 il prezzo del barile raggiungerà un equilibrio. Tanto che, al vertice tra i Paesi Opec e non Opec del 30 novembre 2017 a Vienna è atteso il prolungamento dei tagli alla produzione. Tutto tranquillo? Non proprio. Gli Emirati, che assumeranno la presidenza di turno dell’Opec nel 2018, puntano a far sì che tutti i Paesi membri aderiscano a qualunque decisione venga presa.

C’è però una variabile con cui i mercati devono cominciare a fare i conti. Gli equilibri nel mercato del petrolio si sono frantumati. Lo dimostrano le indiscrezioni, secondo cui l’Opec e la Russia avrebbero già raggiunto un’intesa di massima per estendere a tutto il 2018 i tagli alla produzione di petrolio, in scadenza a marzo 2018. Ma non c’è accordo su tutto. Ed è da questo dettaglio che si capisce come l’ago della bilancia che influenza i prezzi non è più dalla parte dell’Arabia Saudita ma da quello della Russia.

Vladimir Putin vorrebbe che l’entità dei tagli fosse strettamente collegata con lo stato di salute del mercato petrolifero e di è in qualche modo autoproclamato re del greggio. Tanto che dopo dopo più di mezzo secolo il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita ha perso, di fatto, il potere di spostare i mercati con le sue parole sulle scelte dell’OPEC. Gli incontri dell’OPEC influenzano ancora i prezzi, ma non è la voce dell’Arabia Saudita quella che conta di più adesso, a comandare è la Russia, e in particolare Vladimir Putin, che non fa parte dell’OPEC.

La crescente influenza del Cremlino all’interno del cartello riflette la politica estera del Paese che ha lo scopo di contrastare l’influenza degli Stati Uniti anche, e soprattutto, dopo l’arrivo di Donald Trump. Non bisogna dimenticare, infatti, che il vertice di Vienna arriva a pochi settimane dal via libera delle autorità del Nebraska al Keystone XL, il controverso oleodotto di 1897 km che collegherà il Canada alle raffinerie americane. Si tratta di una vittoria del presidente Donald Trump, dei repubblicani e della lobby petrolifera, sullo sfondo di una deregulation dell’amministrazione presidenziale in campo energetico e dell’uscita Usa dall’accordo di Parigi sul clima.

Putin intende comandare la direzione dell’energia mondiale e non ha nessuna ragione per sostenere una rialzo brusco dei prezzi del petrolio, secondo gli analisti di RBC Capital Markets perché la posta in gioco è la salute economica e politica di tutti gli stati coinvolti, tra cui il Kazakistan e l’Azerbaigian, due ex repubbliche sovietiche che Putin ha introdotto nell’accordo. Per questo Putin ha intrapreso la sua alleanza senza precedenti con l’OPEC quando i prezzi erano di circa 20 dollari al barile più bassi rispetto ai 57,84 dollari per il barile Wti e ai 63,78 dollari del Brent di oggi e il mercato sembrava molto più sproporzionato. Adesso ha una ragione in più per non volere che i prezzi del petrolio aumentino bruscamente: sta beneficiando di un rublo più debole, che avvantaggia gli esportatori.

IDEE DI INVESTIMENTO

Se l’accordo di Vienna tra Paesi OPEC e non OPEC si chiuderà come previsto, il mercato dell’oro nero dovrà fare a meno di 1,8 milioni di barili al giorno. L’obiettivo è sostenere il prezzo di greggio e dei derivati così come è stato dalla fine 2016 quando è stato deciso per la prima volta.

Cosa c’è da aspettarsi adesso?

  • Per gli analisti, il prezzo del greggio è destinato a salire ancora con il Brent, il benchmark globale, che è quasi il 30% in più rispetto a un anno fa.
  • Secondo le previsioni di Nomisma, il greggio può arrivare fino a 90 dollari possibili già nel 2019 perché la domanda sta aumentando, mentre l’Arabia Saudita è intenzionata a contenere la produzione, il cui aumento nel 2014 aveva fatto crollare le quotazioni.
  • Per Edward Morse, capo analista del settore energia per la banca americana Citigroup, la quotazione non può arrivare oltre 80 dollari.
  • La pensa così anche l’economista Jim O’ Neill, ex presidente della Goldman Sachs Asset Management e ora consigliere economico del Tesoro.
  • «Il mercato sembra anticipare in generale un’estensione delle riduzioni della produzione OPEC alla fine del 2018 e prevalgono le posizioni lunghe speculative che superano i livelli osservati nel primo trimestre», ha detto Nicolas Robin, gestore materie prime di Columbia Threadneedle Investments. «Inoltre, le riforme avviate dal re dell’Arabia Saudita in attesa, il principe ereditario Mohammed Bin Salman, hanno reso il Medio Oriente meno stabile di quanto non lo fosse da molto tempo, il che potrebbe avere un impatto sulla produzione petrolifera. Di conseguenza, i prezzi potrebbero attenuarsi qualora l’OPEC non riuscisse a soddisfare le aspettative del mercato».

In tema di energia, sono due i trend del momento:

  • Il settore petrolifero da tempo sta cercando di riconvertirsi dando una spinta green per conquistare investitori istituzionali e soddisfare i criteri Environmental, Social and Governance (ESG) che piacciono sempre di più ai gestori nella costruzione dei portafogli dei migliori fondi azionari ESG.
  • La sostenibilità influenza direttamente anche il boom delle energie rinnovabili e dei migliori fondi specializzati in energie alternative che temono solo la politica del presidente Donald Trump, sostenitore del carbone e del petrolio.

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Note

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