Entri in libreria per comprare un romanzo. Dopo mezz’ora esci con quattro libri sotto il braccio. Uno lo leggerai subito, un altro forse durante le vacanze, gli altri finiranno sul comodino o in uno scaffale, in attesa del momento giusto. Un momento che, spesso, non arriverà mai. Non è solo un acquisto. È una promessa che facciamo a noi stessi: diventare più informati, più curiosi, più preparati. Forse è anche per questo che le librerie sono tra i pochi negozi in cui uscire con più di quello che avevamo deciso di comprare ci fa sentire soddisfatti, non in colpa.
I giapponesi hanno una parola per descrivere questa abitudine: tsundoku. Significa comprare libri e lasciarli accumulare senza leggerli. Non è pigrizia. È il piacere di sapere che quella conoscenza è lì, pronta quando servirà. Con gli investimenti succede qualcosa di molto simile: costruiamo il portafoglio un po’ alla volta, un fondo sulla tecnologia, uno sui mercati emergenti, uno sulla salute, uno sull’acqua, uno sulla transizione energetica, uno sulle infrastrutture. Ogni scelta ha una logica. Il problema nasce quando continuiamo ad ampliare il portafoglio senza fermarci a una domanda semplice: ha ancora un disegno preciso?
Quando accumulare dà una falsa sensazione di controllo
Comprare un libro ci fa sentire più vicini all’obiettivo di leggerlo, anche se non abbiamo ancora aperto la prima pagina. Allo stesso modo, inserire un nuovo investimento può dare l’impressione di avere un portafoglio migliore, anche quando stiamo semplicemente aumentandone la complessità. Non è solo una sensazione. La psicologia dei consumi studia da tempo il fenomeno del choice overload, il sovraccarico di scelta. Lo studio delle psicologhe Sheena Iyengar e Mark Lepper ha mostrato che, quando le opzioni diventano troppe, decidere diventa più difficile e spesso meno soddisfacente.
Negli investimenti può accadere qualcosa di simile. Moltiplicare i fondi non rende automaticamente un portafoglio più efficace. Al contrario, può renderlo più difficile da comprendere, seguire e gestire. Anche la finanza comportamentale arriva a conclusioni simili. Gli studi del premio Nobel Richard Thaler mostrano che, quando le decisioni diventano troppo complesse, gli investitori tendono più facilmente a rimandarle o ad affidarsi a scorciatoie mentali che non sempre portano ai risultati migliori.
Più fondi non significa più diversificazione
Uno degli errori più frequenti è confondere la diversificazione con la quantità. Ma un portafoglio con dieci fondi può essere meno diversificato di uno che ne contiene quattro, se quei fondi investono negli stessi mercati, negli stessi settori o addirittura nelle stesse società. La vera diversificazione non si misura contando gli strumenti che possediamo, ma osservando come si comportano insieme. L’obiettivo non è continuare a inserire qualcosa di nuovo, ma costruire un insieme equilibrato, in cui ogni investimento svolga una funzione precisa.
Il valore non è nello scaffale pieno
Lo scrittore Nassim Nicholas Taleb ha reso famosa l’idea di antilibrary, ispirandosi alla biblioteca di Umberto Eco. Il valore di quella biblioteca non stava soltanto nei libri letti, ma anche in quelli ancora da leggere, perché ricordavano quanto restasse ancora da scoprire. Negli investimenti, però, il ragionamento cambia. Un portafoglio non migliora perché contiene più strumenti. Migliora quando ogni investimento ha una funzione precisa e contribuisce all’equilibrio complessivo.
È questa la differenza tra accumulare strumenti e costruire una strategia. Ogni tanto vale la pena fare con il proprio portafoglio lo stesso esercizio che facciamo davanti a una libreria. Non chiedersi quanti fondi contiene, ma se ciascuno ha ancora un motivo per esserci. C’è chi serve a cogliere la crescita di lungo periodo, chi a ridurre la volatilità, chi a diversificare rispetto agli altri investimenti. Se due strumenti fanno la stessa cosa, forse uno è di troppo. Se un fondo è stato acquistato anni fa ma non ricordiamo più perché, probabilmente è arrivato il momento di chiedersi se abbia ancora un ruolo.
IDEE DI INVESTIMENTO
Le librerie più interessanti non sono quelle con più libri. Sono quelle in cui ogni volume ha un motivo per esserci. C’è il romanzo che rileggiamo ogni tanto, il saggio che consultiamo quando serve, il classico che continua a insegnarci qualcosa e quel libro che aspetta il momento giusto per essere aperto. Anche un portafoglio dovrebbe funzionare così. Ogni fondo dovrebbe avere un ruolo preciso: far crescere il capitale nel lungo periodo, ridurre la volatilità, offrire esposizione a un determinato mercato o contribuire alla diversificazione complessiva. Prima di inserire un nuovo investimento, può essere utile fermarsi un momento e chiedersi: aggiunge davvero qualcosa che oggi manca al mio portafoglio oppure sta semplicemente aumentando la complessità? È una domanda semplice, ma può evitare uno degli errori più frequenti: costruire un portafoglio sempre più affollato e sempre meno comprensibile.
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Note
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