Tra i regali del COVID -19 c’è la depressione dei prezzi al consumo. L’Economist l’ha definita “economia al 90%” con produzioni e prezzi fermi e un effetto deflazione almeno nel breve periodo. La prova è che ad aprile ben sette Paesi dell’Unione europea sono entrati in deflazione (Grecia, Spagna, Cipro, Lussemburgo, Irlanda, Slovenia e Finlandia) a fronte di una discesa del 3,8% del Prodotto interno lordo nell’Eurozona nel primo trimestre 2020, secondo dati Eurostat. Ma cosa significa deflazione? La definizione economica è apparentemente positiva: vuol dire che i prezzi scendono e il potere d’acquisto dei consumatori aumenta. Ma si tratta di una finta positività perché la deflazione è sinonimo di un’economia che non sta bene.

Basta prendere in mano un manuale di economia qualsiasi per rendersi conto che una situazione sana presuppone un tasso di inflazione vicino al 2%. E proprio rincorrendo il 2% le banche centrali negli ultimi dieci anni hanno in campo tutte le possibili manovre di politica monetaria, agendo sui tassi di interesse, per garantire una stabilità dei prezzi che vuol dire anche una stabilità economica per imprese e consumatori. La pandemia ha rotto questo incantesimo mettendo in seria difficoltà settori chiave del capitalismo come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi (trasporti, ristorazione, turismo, manifattura) e ha dato la spinta ad altri che (comunicazione digitale, farmaceutica), cambiando le abitudini dei consumatori e gettando il mondo nella trappola della deflazione.

Tra i deflazionisti possiamo iscrivere gli economisti Nouriel Roubini e Luigi Zingales che con il pessimismo della ragione affermano: il vero rischio oggi è proprio la frenata dei prezzi indotta dalla recessione e proprio quando c’è ancora un surplus produttivo. Insomma, il prezzo oggi non lo determina più l’incontro di domanda e offerta per una serie di ragioni che sono il ritratto della deflazione come riporta un’analisi di Bnp Paribas asset management che mette in guardia dalla frenata dei prezzi nel 2020 anche se, più lungo termine, è ipotizzabile che le forze strutturali possano far ripartire l’inflazione

I segnali della deflazione sono:

  • Il calo del prezzo del petrolio dovuto anche ai lockdown – manterranno l’inflazione dei prezzi al consumo in discesa almeno fino al 2021.
  • I prezzi delle materie prime in calo influiscono anche sul calo dei prezzi alla produzione e porterà a costi inferiori delle merci finali. Questo pone alle aziende un problema di svendita delle merci accumulate nei magazzini con offerte a prezzi scontati ai consumatori finali.
  • L’aumento dei prezzi in settori come generi alimentari e beni e servizi medici sarà compensato dal calo dei prezzi in altri settori che si trovano ad affrontare un crollo della domanda.
  • La crescita della disoccupazione – solo negli Stati Uniti il lockdown ha già fatto perdere 30 milioni di posti di lavoro – mette a rischio la capacità di guadagno dei lavoratori nei prossimi dieci anni. In questo caso si parla di disinflazione salariale: le aziende in recessione cercano di ridurre i costi riducendo i salari. Questo è un altro esempio di circuito al o del tipo di circuito al ribasso che un impatto diretto sull’inflazione.

IDEE DI INVESTIMENTO

Come reagiscono gli investimenti in uno scenario di deflazione? Per immaginare gli effetti sui diversi asset bisogna pensare all’economia del Giappone che da decenni vive in deflazione. Secondo l’analisi di Jupiter asset management, l’oro è tradizionalmente un’ottima copertura contro l’inflazione, ma in questa fase è difficile fare previsioni sulle materie prime.

Vediamo come reagiscono alle tensioni dei prezzi (deflazione e inflazione) i diversi asset in portafoglio:

  • La componete obbligazionaria è la più sensibile alle prospettive di inflazione che sono collegate a filo doppio con le decisioni delle banche centrali sui tassi. La scelta migliore è la massima diversificazione su asset obbligazionari globali, provando a rischiare sulle obbligazioni high yield.
  • Per la parte azionaria del portafoglio la scelta vincente e fare una selezione accurata. Lo scenario deflattivo non è ideale per le Borse perché è sinonimo di recessione economica per questo è meglio scegliere società molto sane, ricche, con molta liquidità. Lo stile da preferire in questi casi è il value, anche se il growth ha dimostrato di essere più forte, il value e i settori tecnologico, farmaceutico e telecomunicazioni.
  • I queste fasi di mercato è opportuno valutare un ribilanciamento del portafoglio per costruire una corretta asset allocation di portafoglio che sia coerente con il rischio e l’obiettivo di rendimento.

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

 

 

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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