L’accordo tra UK e l’Ue, nonostante la fumata bianca arrivata dal consiglio europeo del 17 ottobre 2019, è ancora molto complicato e gli effetti economici non ci saranno solo su sterlina e Pil inglese. A rischiare è anche l’Europa stretta nella morsa di Brexit e dei dazi americani che dal 18 ottobre 2019 sono potenzialmente operativi fino a un massimo di 7,5 miliardi di dollari e colpiscono diversi settori: enogastronomia, moda, auto e moto, metalli e materiale da costruzione. Per Brexit gli occhi sono puntati sulla data del 27 ottobre 2019 quando potrebbe esserci un Consiglio Europeo straordinario per l’ennesima valutazione dell’articolo 50 che sancisce l’addio di UK all’Ue industriali europei. Si tratta di un’altra tappa per capire se entro la data del 31 ottobre sia possibile arrivare al divorzio definitivo con un accordo. Le Borse europee credono all’accordo dopo la trattativa a oltranza voluta dal negoziatore dalla parte europea, Michel Barnier, che ha ottenuto un’intesa di massima. Ma c’è ancora da superare l’ostacolo del Parlamento inglese che il 19 ottobre è chiamato al voto con una seduta straordinaria. Sul web impazza l’hashtag #GetBrexitDone, ma i tempi sono stretti e il No deal è ancora uno spauracchio concreto così come non è da escludere lo scenario di una nuova estensione che superi la data del 31 ottobre e lasci i mercati ancora nell’incertezza.

Quello che è certo è che tra l’esito incerto della Brexit e la stretta sul commercio globale, il settore manifatturiero europeo, che da sempre ha costituito un punto di forza dell’economia dell’Unione, è stretto in una morsa letale. In particolare, secondo il consensus degli analisti di Bloomberg, Germania e Italia, che sono i due Paesi forti del manifatturiero europeo e da solo valgono il 40% della produzione economica annuale della zona euro, sono in stagnazione e si fa sempre più insistente la parola recessione per la Germania in primo luogo con ricadute sull’intera economia continentale. Il governatore uscente della BCE, Mario Draghi, ha messo nero su bianco questo sentiment riducendo le stime di crescita  del Prodotto interno lordo europeo (PIL) a +1,1% nel 2019 e a +1,2% nel 2020.

La Germania è il Paese più colpito dall’effetto combinato Brexit – dazi e, in particolare, il settore che è il re della manifattura tedesca con oltre 158 miliardi di esportazioni (pari al 12% del totale dell’export tedesco) è il più colpito. Se crolla l’auto tedesca, tutto il settore automobilistico europeo sarà colpito da una crisi senza precedenti, andando a toccare un comparto che da solo, secondo i calcoli dell’Association des constructeurs européens d’automobiles (ACEA), vale il 6,8% del Prodotto intendo lordo (PIL) UE con oltre 13 milioni di lavoratori (pari al 6% della forza lavoro dell’Unione europea). A questo si deve aggiungere l’effetto dazi che secondo i calcoli del quotidiano IlSole24Ore su dati del ministero dello Sviluppo economico comunicati dalle dogane americane, hanno effetti differenti da Paese e Paese: per l’Italia le sanzioni colpiscono oltre 5 miliardi di dollari di export (su un totale di 54,7 miliardi) pari al 9% dell’export italiano negli Stati Uniti; l’export francese è colpito per 8,1 miliardi di dollari di merci (su un totale 52,4 miliardi); quello tedesco per oltre 4 miliardi di dollari (su un totale di 125,9 miliardi); seguono UK con 3 miliardi di export a rischio dazi (su un totale di 60,7 miliardi) e la Spagna 1,8 miliardiù (su 17,2). La guerra economica è solo agli inizi.

IDEE DI INVESTIMENTO

Secondo l’analisi di Pictet Asset Management sul mercato azionario, lo scenario macroeconomico non diminuisce le potenzialità del mercato azionario europeo. L’eurozona e il Regno Unito restano le aree più interessanti soprattutto per le valutazioni più convenienti rispetto, per esempio, all’America. «Anche se la flessione nel commercio mondiale minaccia di spingere l’economia tedesca in recessione, questa possibilità si è già riflessa nel suo mercato azionario» si legge nel Barometro di ottobre 2019 a cura di Pictet Asset Management Strategy Unit. «La crescente probabilità di uno stimolo fiscale – tagli delle imposte societarie e spesa per le infrastrutture – rende concreta la possibilità che si inverta l’umore degli investitori, e lo faccia in modo deciso». Secondo il Barometro, il contesto è analogo per il Regno Unito. «Brexit ha reso le azioni britanniche le più convenienti di tutti i mercati azionari globali e anche la sterlina è sottovalutata» scrivono gli analisti di Pictet. «Quando ormai sono state scontate molte cattive notizie, è probabile che un’eventuale risoluzione delle turbolenze politiche del Paese possa sfociare in una possibile ripresa del 20% del mercato». Mark Burgess – Vice CIO Globale e CIO EMEA di Columbia Threadneedle Investments – si domanda se per le economie sviluppate, soprattutto quella dell’eurozona, si prospetti una stretta creditizia o un lungo periodo di crescita e inflazione contenute, analogo a quello osservato negli ultimi due decenni in Giappone. «Nessuno dei due scenari appare particolarmente attraente, ma una stretta creditizia, che potrebbe innescare un lungo periodo di crescita negativa, sembra di gran lunga peggiore» ha detto Burgess. «Il rapporto debito/PIL potrebbe salire ulteriormente, costringendo con ogni probabilità i governi a intervenire ancora una volta, ma questa volta partendo da una posizione di debolezza dovuta al tempo insufficiente a disposizione per risanare i bilanci pubblici». L’unico effetto positivo di questo scenario è che i tassi rimarrebbero bassi. Ma c’è un’altra possibilità: una stagnazione simile a quella verificatasi in Giappone, ovvero crescita negativa o bassa e deflazione. «L’esperienza giapponese indica che sarà molto difficile lasciarsi alle spalle il contesto di crescita e inflazione basse anche in presenza di aumenti della produttività e disavanzi di bilancio e la situazione rimarrà tale per diversi anni se non addirittura decenni, con scarsissime opportunità di crescita e di reddito per risparmiatori e investitori» ha detto Burgess.

In un momento macroeconomico come questo, con i mercati azionari su nuovi massimi è corretto valutare la coerenza della propria asset allocation di lungo periodo in base ai propri obiettivi e al rischio di portafoglio, valutando anche l’ingresso sul mercato a piccole dosi con un PAC che offre più garanzie nel lungo termine.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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