L’accordo commerciale sulla Brexit, ancora in fase di negoziazione tra il Regno Unito e l’Unione Europea, probabilmente escluderà qualsiasi intesa sul commercio di carbonio, lasciando alle autorità di Londra la facoltà di decidere come valutare l’inquinamento a partire dal primo gennaio 2020.

Per la lotta al cambiamento climatico questa non è una buona notizia anche perché il Governo di Boris Johnson non ha ancora le idee chiare. Una decisione su quale strada prederà UK nella gestione del carbone in caso di Brexit no deal dovrebbe essere annunciata il 12 dicembre 2020, nel corso del summit preparatorio per la COP26, durante il quale Johnson dovrebbe anche aggiornare il suo piano per il clima al 2030.

Ma perché è così importante la decisione di UK?

Per il Regno Unito restare nel mercato dell’energia europeo vale circa 6 miliardi di euro all’anno (pari al valore del gas naturale e dell’elettricità scambiati attraverso il canale inglese).

In caso di accordo tra Unione europea e Regno Unito, allora è probabile che anche il commercio di gas ed elettricità proseguirà senza grosse differenze.

Molto potrebbe invece cambiare in caso di no-deal. Il Regno Unito, infatti, dovrebbe dotarsi di nuove regole sui flussi di scambio di gas e dell’energia elettrica tra i Paesi europei. E anche se queste regole saranno probabilmente simili a quelle attuali, scrive Bloomberg, è probabile che il commercio non sarà altrettanto efficiente.  Se l’accordo non ci sarà, il danno sarà quindi tutto per UK.

Il governo di Londra sta ancora valutando le opzioni su come prezzare le emissioni di carbonio. C’è l’ipotesi di una tassa sul carbonio, ma sul piatto c’è anche un programma cap and trade interno (una politica di assegnazione di autorizzazioni ad inquinare da parte dello Stato). Il primo ministro Boris Johnson ha tempo fino alla fine di quest’anno per decidere, ma in tanti si aspettano che lo faccia in tempo per la riunione delle Nazioni Unite del 12 dicembre.

I punti chiave della partita del carbonio:

  • La Gran Bretagna fa parte del sistema di scambio di quote di emissioni dell’UE da quando è stato avviato il mercato del carbonio nel 2005.
  • Il Green Deal europeo impone oggi a migliaia di servizi pubblici e aziende che inquinano di ridurre le emissioni di gas serra. È uno dei meccanismi che sta convincendo le società di servizi pubblici a chiudere le centrali elettriche alimentate a carbone prima della scadenza del 2025, fissata dal Regno Unito per eliminare gradualmente questo combustibile fossile.
  • Il governo inglese ha adottato misure procedurali per garantire di poter creare un proprio sistema di scambi (ETS – Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione) nel Regno Unito. L’11 novembre 2020 UK ha emesso un ordine per lo scambio di quote di emissioni di gas serra che potrebbe essere implementato il primo giorno del 2021.
  • Le imprese e i commercianti di energia hanno sostenuto prevalentemente la creazione di un sistema cap and trade del Regno Unito con un collegamento all’EU ETS, una mossa che sarebbe più simile al sistema esistente. I vantaggi sarebbero la continuità con la politica attuale e la flessibilità per le imprese più esposte al crescente costo dell’inquinamento.
  • L’EU ETS impone annualmente limiti di riduzione delle emissioni di CO2 a circa 12.000 impianti nell’area euro. Chi inquina di meno può vendere i permessi inutilizzati. Il sistema copre circa il 45% degli scarichi di gas serra in Europa ed è destinato a imporre limiti di emissione sempre più severi nei prossimi anni con il Green Deal.

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Nel Green Deal europeo è previsto dal 2021 un piano di aggiornamento della legislazione sul clima che ha come obiettivo la tutela, nei settori più esposti alla transizione, dell’industria europea dalla concorrenza di Paesi terzi che hanno criteri meno stringenti sul clima. Il traguardo finale é far diventare l’economia europea più sostenibile entro il 2030 e la prima sfida da vincere è proprio la decarbonizzazione dei processi industriali.

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  • Morgan Stanley Global Opportunity Classe Ah Eur rende il 45,83% da gennaio a dicembre 2020 (+20,86% il rendimento a tre anni secondo dati Morningtsar). Il fondo ha uno stile growth. Tecnologia e beni di consumo sono i primi settori in portafoglio.
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  • Bgf Global Dynamic Equity Fund Eur Classe E2 rende il 10,31% da gennaio a dicembre 2020 (+ 8,94% il rendimento a tre anni secondo dati Morningstar). Il fondo ha uno stile blend e investe senza privilegiare alcun Paese e vincoli geografici almeno il 70% del patrimonio in titoli azionari internazionali, con particolare attenzione per le società che il gestore reputa sottovalutate.

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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