Il via libera al nuovo round di sanzioni nei confronti dell’Iran imposto dal presidente americano Donald Trump dopo l’uscita di Washington dall’accordo sul nucleare e alla vigilia delle elezioni di midterm, ha riacceso i fari del mercato sulla Guerra commerciale in atto da tempo tra Usa e Cina. Le Borse avevano appena festeggiato la telefonata che Trump ha fatto al presidente cinese Xi Jinping, interpretandolo come un segnale di disgelo tra le due super-potenze economiche, sempre alla vigilia delle elezioni di midterm. «Penso che faremo un accordo con la Cina e penso che sarà un accordo molto giusto per tutti», ha fatto sapere su Twitter il presidente americano dando l’appuntamento al G20 di Buenos Aires previsto dal 30 novembre al primo dicembre 2018 per lo storico incontro che potrebbe segnare la fine della Guerra commerciale tra Usa e Cina.

I mercati per ora festeggiano, ma restano scettici riguardo alle promesse pre-elettorali di Trump. Di fatto c’è che, alla fine di ottobre 2018, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe del 25% su 50 miliardi di dollari di importazioni cinesi e del 10% su ulteriori 200 miliardi di dollari; e all’inizio del 2019, è previsto che i dazi sui 200 miliardi saliranno al 25% e Trump ha minacciato di aumentare le tariffe per l’intero importo di 505 miliardi di vendite cinesi verso gli Stati Uniti. Non si può parlare di fine della guerra commerciale, dunque, piuttosto di un nuovo modo di combatterla e le reazioni dei mercati finanziari sono difficili da prevedere. I gestori stanno alla finestra in vista di una prima indicazione sugli umori di Usa e Cina che potrebbe venire nel corso del New Economy Forum (Singapore 6-7 novembre 2018), ma è davvero il G20 di Buenos Aires il turning point per capire come proseguirà la sfida Trump-Xi Jinping, anche sulla base di un ventilato possibile accordo.

Nel frattempo, si possono tracciare gli scenari possibili che questa evoluzione comporta e fare i conti di quanto possa impattare la nuova politica commerciale cinese sulla crescita del PIL nei diversi Paesi nel mondo. La Cina gioca da tempo il ruolo di fabbrica del mondo e ha avviato una serie di iniziative volte a fare del Paese un laboratorio di robotica globale, il centro della produzione dei semiconduttori e delle nuove energie. Questa strategia ha avuto il suo apice con il via libera, nel 2015, al programma Made in Cina 2025 che si inserisce perfettamente nella tradizione dell’Asia orientale di sfruttare la politica industriale per accelerare l’avanzamento del settore manifatturiero. Proprio questa accelerazione ha fatto suonare campanelli d’allarme per le economie degli Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea del Sud e Taiwan che dominano i settori su cui la Cina vuole prevalere.

La spinta della Cina verso la tecnologia è arrivata nel mezzo della quarta rivoluzione industriale che si basa sulla confluenza di robot industriali, intelligenza artificiale, big data e cloud computing. L’obiettivo dei cinesi è quello di potenziare la ricerca, lo sviluppo e la capacità produttiva e sta dando i suoi frutti come dimostra la rapida crescita della Cina e dei suoi vicini dell’Asia orientale. A livello macro, infatti, secondo dati Bloomberg, il tentativo della Cina di raggiungere i leader tecnologici globali continua a mostrare progressi costanti: le spese per ricerca e sviluppo sono aumentate al 2,1% del Prodotto Interno Lordo nel 2017, rispetto allo 0,9% del 2000, solo gli Stati Uniti spendono di più in valore assoluto; e nel 2018 la Cina ha conquistato il diciassettesimo posto nel Global Innovation Index (era al numero 43 nel 2010).

La Cina vuole sovraperformare sull’innovazione e nella maggior parte dei settori interessati dal programma Made in Cina 2025; il Paese ha aumentato la sua quota di domande di brevetti, con progressi particolarmente rapidi nella tecnologia dell’informazione di prossima generazione, nelle attrezzature mediche, nei prodotti biofarmaceutici, nei reattori nucleari e nella produzione di energia. Sulla base di un’analisi dell’International Trade Center, Germania, Corea del Sud e Taiwan, sono i Paesi che possono soffrire di più da questa evoluzione commerciale cinese, mentre Giappone, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna sono in qualche modo meno esposti perché hanno una minore dipendenza dalle esportazioni e una minore presenza nei settori su cui la Cina ha messo gli occhi. Paradossalmente, gli Stati Uniti sono il Paese che deve temere di meno a causa della scarsa dipendenza dalle esportazioni e di una presenza relativamente limitata nei settori vulnerabili. Per ironia della sorte, quindi, la politica commerciale americana di Trump potrebbe finire per essere di aiuto agli altri concorrenti dei cinesi, invece che agli Stati Uniti.

IDEE DI INVESTIMENTO

Valutare i costi di una guerra commerciale è complicato. «In risposta ai dazi doganali degli Stati Uniti, ci aspettiamo che le politiche monetarie e fiscali della Cina diventino più favorevoli alla crescita, in grado di aggiungere uno 0,5% circa alla crescita del PIL nel prossimo anno» ha detto Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. «Eppure, riteniamo che lo stimolo di Pechino avrà probabilmente bisogno di più tempo per funzionare e sarà meno incisivo rispetto ai precedenti cicli di allentamento».

Ma cosa potrebbe accadere all’economia globale se la guerra commerciale si intensificasse? Ci sono due canali principali attraverso i quali la crescita potrebbe essere ostacolata:

  • Da punto di vista dell’economia reale, i maggiori costi delle importazioni spingono l’inflazione, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e trascinando il consumo verso il basso. Le imprese rispondono a una domanda più debole riducendo la spesa per investimenti, esacerbando la crisi. A medio termine, la crescita della produttività rallenta man mano che vengono catturati meno benefici dell’apertura commerciale.
  • Dal punto di vista dei mercati finanziari, la guerra commerciale rischia di essere un ostacolo significativo per i guadagni delle imprese. Una discesa dei prezzi delle azioni comporterebbe un duro colpo per la ricchezza delle famiglie e sfiducia nei consumatori.

Per puntare sul cambiamento dell’economia globale ci sono i fondi azionari internazionali che investono secondo uno stile misto e mettono in portafoglio titoli a larga capitalizzazione sia ad alta crescita sia value (Categoria Morningstar: Azionari internazionali Blend).

La Top 5 dei fondi azionari che investono in maniera globale

ProdottoRendimento YTDRendimento 3y
BLK Global Enhanced Index Fund A Acc16,40%20,33%
DPAM Invest B Equities World Sustainable14,60%9,70%
Mirabaud - Equities Global Focus A EUR Acc13,01%5,87%
Fidelity Active Strategy - FAST - Global Fund Y-ACC-EUR10,52%9,56%
Hermes Impact Opportunities Equity Fund F USD Acc9,55%---
Nella tabella, i miglio fondi azionari internazionali che investono in titoli a larga capitalizzazione con uno stile blend e ordinati per rendimento da gennaio a novembre 2018. Dati % in euro. Fonte: Morningstar.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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