Soltanto un anno fa la lira turca volava contro dollaro e aveva stimolato l’appetito degli investitori esteri verso il Paese. Adesso sembra che i turchi abbiano ottenuto più di quanto meritassero: dopo una corsa che ha dirottato oltre 220 miliardi di dollari di investimenti esteri, secondo dati Bloomberg, triplicando il Prodotto interno lordo (PIL) e riportando l’inflazione a cifra singola, l’economia della Turchia è di nuovo in difficoltà, così come la sua democrazia.
E mentre la nazione guidata da Recep Tayyip Erdoğan si appresta il 24 giugno ad andare alle elezioni anticipate di ben 17 mesi sulla scadenza naturale, la lira che aveva fatto gridare a un nuovo miracolo economico, ora sta affondando – a maggio 2018 ha perso oltre il 15% contro dollaro e se guardiamo da gennaio a maggio 2018 la perdita contro dollaro è di oltre il 25% e poco meno contro euro – l’inflazione stabilmente sopra il 10% è più che doppia rispetto all’obiettivo auspicato dalla banca centrale turca e il debito estero è salito a 300 miliardi di dollari e pesa tutto sulle imprese.

Per cercare di frenare la caduta della lira e la spirale economica negativa la banca centrale turca ha alzato i tassi, e quindi il costo del denaro, del 3% portandolo al 16,5% il 23 maggio 2018. Questa mossa non ha tranquillizzato il mercato perché è arrivata troppo tardi rispetto alla crisi in atto. La ricetta Erdoğan, al potere da 15 anni, che ha fatto triplicare la ricchezza pro capite nonostante le perplessità sulla democrazia del Paese sembra essere arrivata al capolinea. Cosa aspettarsi adesso? Vediamo quali sono i punti chiave della crisi secondo Philippe Waechter, Chief Economist di Ostrum Asset Management; Maarten-Jan Bakkum, Senior Emerging Markets Strategist di NN Investment Partners; Paul McNamara, direttore degli investimenti per le strategie Emerging Markets di GAM Investments e Angelika Millendorfer, responsabile azionario mercati emergenti di Raiffeisen Capital Management:

  • Il rendimento del titolo di Stato decennale turco è salito al massimo storico del 15,1% e le obbligazioni con scadenze più brevi rendono di più di quelle a più lunga durata. Questo significa che l’incertezza sulla stabilità economica del Paese è elevata;
  • La crescita economica registrata nel 2017 dalla Turchia è stata del 7,4% annuo, con un ritmo decisamente da economia emergente, ma allo stesso tempo l’agenzia Moody’s ha ridotto il giudizio sul debito sovrano a livello di junk, ovvero spazzatura, certificando un rischio del possibile default;
  • Con la Banca centrale Usa (FED) che ha cominciato ad alzare i tassi e la Banca centrale europea (BCE) che si sta avviando alla fine del Quantitative easing, il rischio per i Paesi emergenti più indebitati e con bassa crescita aumenta: in questo contesto l’immobilismo della banca centrale turca, che ha mantenuto costanti i tassi d’interesse fino al rialzo di metà maggio, nonostante l’inflazione a due cifre è un paradosso economico;
  • La Borsa di Istanbul ha annunciato la conversione in lire di gran parte dei suoi asset in valuta estera per mostrare fiducia nell’economia turca, ma questa decisione, se messa in atto, può scatenare dinamiche speculative e acuire la crisi. Il mercato azionario turco ad aprile ha ceduto oltre il 9% e il crollo dei corsi è continuato anche nella prima settimana di maggio, prima dell’inizio di una leggera inversione di tendenza.

IDEE DI INVESTIMENTO

Dietro la crisi turca c’è senza dubbio l’impennata del dollaro nei confronti di tutte le altre valute che è un punto di svolta per chi investe sui Paesi emergenti per almeno tre ragioni:

  • le attese di un rapido rialzo dei tassi dalla Fed scatenano generalmente deflussi di capitali dai paesi emergenti, che è ciò a cui stiamo assistendo attualmente;
  • la situazione ostacola anche le prospettive economiche dovute all’insufficiente liquidità e al conseguente aumento dei tassi di interesse;
  • questi fattori si combinano per spingere ulteriormente verso in basso la valuta dei Paesi emergenti e quindi aumentare il costo del pagamento del debito in dollari.

«Tra tutte le valute emergenti, la lira turca è stata la più colpita, insieme con il peso argentino, dal sell-off che ha trascinato giù i mercati emergenti da metà aprile in seguito ai guadagni del dollaro», ha detto Philippe Waechter, Chief Economist di Ostrum Asset Management. Ad aggravare la situazione secondo Maarten-Jan Bakkum, Senior Emerging Markets Strategist di NN Investment Partners c’è stata la resistenza della banca centrale turca alla pressione dei mercati ad aumentare i tassi d’interesse. «Spendere miliardi di dollari a settimana per difendere il cambio non è sostenibile in questo contesto», ha detto il gestore di NN Investment Partners. «I mercati stanno chiaramente mettendo alla prova i Paesi più vulnerabili che oltre alla Turchia sono Argentina e Indonesia». Questo è anche un segnale di avvertimento per gli altri mercati emergenti che non stanno facendo abbastanza (Filippine, Brasile e Sud Africa) che continuano a rinviare le riforme necessarie. In particolare, le elezioni politiche in Brasile a ottobre saranno probabilmente l’evento più importante nei mercati emergenti per questo 2018.

Nella scelta di un fondo obbligazionario Paesi emergenti il fattore valuta è determinante. Questo ragionamento è determinante per chi sceglie un fondo obbligazionario in valuta sui Paesi emergenti e vale anche per per chi punta sulle azioni dei Paesi emergenti: adesso è meglio restare sull’area asiatica che sta vivendo un ciclo tecnologico sostenuto, ha un’inflazione in aumento e banche centrali orientate a contrastare la politica restrittiva americana.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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