Il 2020 doveva essere l’anno della crociata definitiva contro la plastica e, invece, potrebbe diventare quello del suo rilancio. Sono tempi duri per gli attivisti che lavorano per liberare il mondo dalla plastica perché la preoccupazione per la salute dei consumatori sta portando le aziende ad abbandonare le politiche eco-consapevoli ritornando alla produzione di articoli monouso di plastica. Il virus gioca a favore della plastica per due ragioni: grande disponibilità delle confezioni e igiene. E’ quanto emerge dal report pubblicato da BloombergNEF che analizza in prospettiva le implicazioni finanziarie, economiche e politiche delle tendenze e delle tecnologie che trasformano l’industria verso un futuro più pulito e competitivo.

Secondo il report, almeno nel breve periodo, gli avversari della plastica sono perdenti e, anzi, le preoccupazioni sull’igiene alimentare dovute a Covid-19 potrebbero aumentare l’intensità degli imballaggi in plastica, annullando alcuni dei progressi sostenibili che le aziende avevano messo in campo. La guerra alla plastica ha subito un altro duro colpo adesso che il virus ha messo in evidenza quanto questo materiale sia importante per i presidi medici necessari in questa fase: le maschere per il viso contengono plastica, così come i guanti chirurgici monouso, siringhe, penne per insulina, provette e cateteri, respiratori. Così tante aziende fanno marcia indietro. Alcuni esempi? Coca-Cola che da una decina di anni sta cercando il modo di produrre su larga scala bottiglie in materiale vegetale senza successo si era data per il 2020 l’obiettivo di ridurre la dipendenza dagli imballaggi di plastica dei 117 miliardi di bottiglie che commercializza ogni anno. Adesso questo obiettivo è passato in secondo piano, così come è passata in secondo piano la strategia dell’uso di tazze riutilizzabili lanciata da Starbucks e Dunkin’ Donuts.

A favore della plastica gioca anche il crollo del prezzo del petrolio. Le materie plastiche, infatti, sono derivati di materiali organici naturali come cellulosa, carbone, gas naturale, sale e, appunto, petrolio greggio. La produzione delle materie plastiche inizia con la distillazione del petrolio greggio in una raffineria e il calo del prezzo del barile è un’occasione per i produttori. La combinazione di virus e prezzi in saldo del petrolio potrebbe dare un colpo fatale alla campagna anti-plastica dell’Unione europea. Come stabilisce la nuova direttiva europea votata a larga maggioranza dal Parlamento nella primavera del 2019, a partire da gennaio 2021 non si potranno più utilizzare nell’Unione europea alcuni prodotti in plastica monouso come piatti, posate e cannucce – la Francia ha già recepito la norma a gennaio 2020 e UK aveva previsto di farlo ad aprile – ma non solo. L’obiettivo della direttiva è anche dare una spinta verso la sostenibilità della raccolta differenziata della plastica: entro il 2025 le bottiglie dovranno essere realizzate con almeno il 25% di contenuto riciclato, per raggiungere il 30% entro il 2030; dal 2024 ci sarà inoltre l’obbligo di produrre bottiglie con il tappo attaccato alla bottiglia per evitare che si disperda.

IDEE DI INVESTIMENTO

Proprio nel momento in cui la domanda dei consumatori aveva cominciato a spostarsi verso nuovi materiali riciclabili e contro l’industria della plastica che vale circa 40 miliardi di dollari a livello globale, i produttori di materie plastiche hanno trovato un virus come alleato a sostenere una tesi che portano avanti da tempo a loro difesa: i prodotti di plastica sono in realtà un vantaggio per la sostenibilità globale, nonostante siano basati sul petrolio, non biodegradabili e difficili da riciclare, perché svolgono un ruolo nella riduzione degli sprechi alimentari prolungando la durata di conservazione dei prodotti freschi. E sono tornati in auge studi come quello fatto da Franklin Associates nel 2018 secondo cui il ciclo di vita di prodotti come bottiglie d’acqua e borse per la spesa al dettaglio in realtà è più sostenibile a livello di energia e acqua necessaria per riciclarli rispetto a materiali alternativi come vetro, alluminio o tessuti. Secondo il report di BloombergBNF, la fiammata pro plastica finirà con la fine della pandemia da COVID-19. Una fiammata di breve, insomma, e si ritornerà presto a investire sulla salute del Pianeta.

Per investire su fondi che adottano strategie di investimento rispettose dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) e in particolare sulla decarbonizzazione del pianeta puntando sullo sviluppo delle energie e dei materiali rinnovabili ci sono fondi azionari specializzati (Categoria Morningstar: Azionari Settore Energie Alternative)

La top 5 dei fondi che investono in energie e materiali alternativi

ProdottoRendimento 1yRendimento 3y
Robecosam Smart Energy Fund-eur Classe B-6,13%3,01%
Pictet - Clean Energy Classe R Eur-8,05%-2,55%
Pictet - Clean Energy Classe R Usd-12,07%-2,61%
BGF New Energy Classe A2 USD Acc-13,27%-0,65%
Bgf New Energy Fund Eur Classe E2-13,68%-1,16%
Nella tabella, i migliori fondi che investono su fonti rinnovabili ordinati per rendimento a un anno. Dati in euro aggiornati a marzo 2020. Fonte: Morningstar.

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Note
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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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