Il negoziato per Brexit è di nuovo in stallo per colpa della cosiddetta “questione irlandese” su cui Theresa May non intende mollare. L’Unione europea ha messo sotto pressione Londra perché vuole accelerare sul negoziato, a patto che l’Irlanda del Nord resti in un’area comune, ovvero allineata alla normativa comunitaria. Un’ipotesi che May non intende prendere in considerazione. Il primo ministro inglese, invece, spinge per un accordo che le consenta di negoziare punto per punto e soprattutto che conservi a Londra il ruolo di capitale dei servizi finanziari in Europa. Ma su questo ultimo punto la posizione dell’Unione europeacontenuta nelle linee guida per il negoziato è netta: se si è fuori dall’Europa, non si può essere capitale finanziaria.
Per ora la Brexit non ha prodotto una instabilità finanziaria importante sul mercato europeo, ma le posizioni così distanti in sede di negoziato stanno facendo optare gli analisti per uno scenario non positivo per i mercati, con una una grande discontinuità sui mercati e nel commercio, anche se con nuove opportunità. Il documento (120 pagine per 168 articoli) che detta le linee guida per il negoziato secondo l’Ue è atteso al vaglio del Consiglio europeo il 22 e 23 marzo 2018, ecco i principali motivi di attrito verso l’accordo:

  • Il no britannico all’unione doganale e al mercato unico, lascia all’Unione europea come unica risposta possibile un accordo sul libero scambio.
  • Nel perimetro dell’accordo non si fa alcuna menzione specifica sui servizi finanziari, ma il Regno Unito vuole includere il comparto nel futuro accordo di partnership.
  • Il Parlamento europeo non accetterà un accordo di transizione con il Regno Unito che discrimini i cittadini. L’Ue non vuole che ci siano disparità di trattamento tra i cittadini europei arrivati prima della Brexit e quelli giunti durante il periodo di transizione. E insiste sull’applicazione dinamica dell’insieme delle norme comunitarie. Londra è contraria.

Il lungo percorso del negoziato è appena cominciato e l’unica certezza al momento è che un secondo referendum non ci sarà: Uk sarà fuori dall’Ue il 29 marzo 2019 perché così hanno deciso gli inglesi. Intanto, in attesa dei nuovi rapporti commerciali con l’Unione europea, Brexit ha già cominciato a minare l’industria retail inglese che dovuto fare i conti con due fallimenti illustri: la filiale britannica della multinazionale statunitense Toys R Us e la rete di 200 negozi di elettronica Maplin. A rischio ci sono 5.300 posti di lavoro. Le due grandi catene inglesi falliscono e non è solo effetto Amazon. Secondo un report KPMG/Ipsos Retail, il cocktail di ostacoli geopolitici e macroeconomici, combinato a cambiamenti strutturali che il digitale ha portato nei consumi, renderà la vita difficile ai retailer inglesi nei prossimi 12 mesi, in tutti i settori.

IDEE DI INVESTIMENTO

Gli attriti per Brexit tra l’Unione europea e il governo inglese guidato da Theresa May sono in larga parte di natura commerciale e si innestano in un momento delicato per il mercato europeo nello scacchiere della politica commerciale globale: la guerra commerciale cominciata da Donald Trump nel 2017per raggiungere l’obiettivo dell’America First proclamato in campagna elettorale sta andando avanti  con la firma per la legge che impone dazi su acciaio e alluminio. Le tensioni commerciali sono temute dal mercato più dei rischi geopolitici perché minano direttamente gli utili delle aziende, secondo l’analisi di Neil Williams, capo economista di Hermes Investment Management che considera le politiche protezionistiche una minaccia per le Borse proprio adesso che il tasso di crescita del commercio globale, che è appena tornato intorno al 4%. Anche perché Trump sta scatenando un effetto a catena. La Cina si è pronta a rispondere ai dazi americani e sul tavolo della Commissione Europea c’è già una lista di prodotti made in Usa (jeans, moto, e liquori) da colpire, per un totale di 2,8 miliardi di euro.

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Note

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