Sul mercato delle materie prime si sta compiendo una rivoluzione quasi silenziosa che però comincia ad avere effetti evidenti sui portafogli di investimento. Ad essere sotto pressione è la variabile petrolio al centro di un risiko geopolitico dall’agosto 2019. La crisi dello Stretto di Hormuz e le forti tensioni fra Usa e Iran per l’attacco agli impianti petroliferi in Arabia Saudita del 14 settembre 2019 hanno richiamato alla memoria gli eventi appena precedenti alla Crisi del Golfo e hanno riportato al centro della scena economica il tema della riserve petrolifere. Tanto che, anche Wall Street si è svegliata cominciando a giocare la sua partita. In che modo? Punendo le azioni delle aziende che sono legate allo shale oil americano, ovvero i frackers, le aziende che hanno come core business la produzione di petrolio da frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante particolari processi (pirolisi, idrogenazione, dissoluzione termica) con l’indice S&P Oil & Gas Exploration & Production che ha dimezzato il suo valore negli ultimi 12 mesi.

Si tratta di una svolta importante per Wall Street che, per anni, ha sostenuto i frackers contribuendo all’ascesa del petrolio americano ai vertici della produzione mondiale. Non è un caso, infatti, che proprio ad ottobre 2019, secondo l’analisi di Bloomberg, gli Usa non hanno più bisogno di importare greggio. Si tratta di un turn around importante se consideriamo che, solo una decina di anni fa, per coprire il proprio fabbisogno energetico gli Usa avevano bisogno di oltre 10 milioni di barili al giorno da importare dai Paesi più diversi. Adesso la situazione è opposta: gli Usa esportano petrolio. Per questo la crisi in Medio Oriente, oggi, ha un valore diverso nello scacchiere geopolitico globale, con maggiori ripercussioni sulle riserve europee, anche se resta cruciale per determinare il prezzo del greggio.

E allora perché Wall Street proprio adesso, in piena crisi araba, ha deciso di chiudere i finanziamenti allo shale oil? Il punto è proprio il prezzo del greggio. L’ascesa dello shale oil americano e dei frackers ha portato una sovrapproduzione di petrolio – la crescita è stata di circa il 3% quest’anno, dopo un aumento del 21% dal 2017 al 2018, secondo i dati dell’Energy Information Administration (EIA) – contribuendo a far scendere il prezzo del barile. La conseguenza? Le aziende dello shale oil americane sostenute dal denaro di Wall Street e dalle banche hanno incassato per anni senza, di fatto, mai produrre utili significativi. Tanto che, secondo dati Bloomberg, dopo l’ultima discesa del prezzo del petrolio da maggio 2029 i fallimenti nel settore shail oil sono stati significativi e i grandi investitori hanno cominciato a chiudere i rubinetti al settore, concentrando gli investimenti solo su chi davvero può rendere sostenibile questo business.

La conseguenza della disaffezione di Wall Street è un calo drastico degli investimenti nel settore che, solo 4 anni fa incassava una media di 56 miliardi l’anno, mentre nel 2019 ha raccolto meno 20 miliardi. Al momento non ci sono stime di investimenti previsti per il 2020, ma è evidente che il settore ha perso il favore dei grandi investitori e nei primi sette mesi di quest’anno la produzione, secondo stime EIA, è cresciuta di 140 mila barili al giorno (erano 740 mila nello stesso periodo del 2018). La crisi dello shale oil americano porterà a un consolidamento del settore anche attraverso una stagione di fusioni e acquisizioni. Per completare lo scenario bisogna tenere conto che il settore energetico si trova in una fase di profonda transizione tra un sistema che si basa prevalentemente su fonti fossili (petrolio, carbone) e uno che guarda alle rinnovabili come combustibili del futuro con occhio attento al climate change. La trasformazione energetica è però lenta e il petrolio resta ancora una variabile determinante di cui tenere conto. I numeri l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) parlano chiaro: nel 2019 il consumo medio globale è di oltre 100 milioni di barili al giorno (erano 99,3 milioni nel 2018).

IDEE DI INVESTIMENTO

Il tema delle riserve petrolifere e della sostenibilità del sistema energetico è diventato attuale. A beneficiare della crisi del greggio saranno i Paesi che possono contare sulle riserve petrolifere più importanti: al primo posto c’è il Venezuela (300 miliardi di barili) seguito da Arabia Saudita (266,5 miliardi di barili), Canada (169,7 miliardi), Iran (158,4 miliardi di barili) e Iraq (142 miliardi). Nella Top 10 dei Paesi con più riserve ci sono Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Russia Libia e Nigeria, mentre gli Usa sono solo undicesimi. Accanto all’importanza delle riserve in pancia bisogna tenere conto dei costi di produzione che rendono Venezuela e Canada poco competitivi, mentre in questo caso l’Arabia è al vertice, ma nel bel mezzo di una crisi. La domanda è: basteranno le riserve globali a far fronte alla crisi petrolifera in atto? Per il 2019 e il 2020 le attese sono di una domanda in calo per il petrolio: secondo l’AIE la crescita della domanda di petrolio è di 1 milione di barili al giorno nel 2019 e 1,2 milioni di barili al giorno nel 2020. Anche per questo le previsioni sul prezzo del barile, secondo il consensus degli analisti di Bloomberg, sono tutte al ribasso: in un range che va dai 50 dollari del 2019 fino a un massimo di 64 dollari entro il 2020.

In queste fasi di mercato, è bene riconsiderare la propria asset allocation sempre in coerenza con gli obiettivi e la durata dell’investimento.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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