L’attesa era durata sei anni ed è stata in parte delusa. Il Patto sul Clima di Glasgow firmato al termine di COP 26 conferma l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature globali a 1,5 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale. Non prende però una strada decisa verso il raggiungimento di un mondo a emissioni zero entro il 2030.

Mettere tutti i Paesi del mondo d’accordo su come dimezzare le emissioni entro il 2030 – una condizione necessaria per contenere il riscaldamento del Pianeta – sarebbe sempre stato impossibile da raggiungere in un unico vertice globale. Il carbone è stato il grande protagonista e il nodo più dibattuto fino a un attimo prima della firma della firma dell’accordo. Le obiezioni dell’ultimo minuto da parte di Cina e India, due dei più grandi emettitori di CO2 del mondo, hanno portato ad ammorbidire il testo sul carbone da “eliminazione graduale” del suo utilizzo a “riduzione graduale”.

Un risultato però c’è: sono state definite le regole per il commercio globale delle compensazioni di anidride carbonica. I dettagli sullo scambio dei crediti di carbonio sono complicati, ma c’è una ricaduta concreta per il pianeta. Soprattutto c’è una direzione che aziende e Paesi dovranno seguire. Ma dobbiamo dirlo: il patto di Glasgow, come il suo predecessore di Parigi 2015, non è vincolante e nulla nel testo obbliga direttamente i Paesi ad attuare politiche specifiche.

Patto per il clima: la finanza divide Paesi ricchi e poveri

Non c’è dubbio che il Patto di Glasgow cambierà l’economia come è accaduto dopo Parigi. Secondo BloombergNEF, dopo il 2015 sono stati investiti in energie rinnovabili (solare, eolico, batterie e così via) circa 2.200 miliardi di dollari. Così è partito un cambiamento significativo per diversi settori (auto, reti elettriche, tecnologia, urbanizzazione).

L’accordo di Glasgow ha ricevuto critiche per non aver fatto abbastanza per raccogliere il sostegno finanziario dai Paesi ricchi per aiutare i Paesi in via di sviluppo nel processo di transizione all’energia pulita. I 100 miliardi di dollari, ovvero l’importo in contributi annuali, promesso più di dieci anni fa dalle nazioni sviluppate per aiutare le nazioni meno abbienti a ridurre le emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici, non sono nel testo. Non è stato previsto neppure un fondo per ristorare i danni e le perdite dovute al cambiamento climatico.

IDEE DI INVESTIMENTO

Una delle maggiori sfide nella lotta al cambiamento climatico è il costo. I mercati del carbonio possono aiutare a ridurre il conto. Oltre che ad attrarre investimenti nell’innovazione pulita nei Paesi in via di sviluppo e accelerare i tagli alle emissioni. Il vero risultato è aver fissato le regole per lo scambio di emissioni in accordi bilaterali e in un mercato controllato dalle Nazioni Unite. Secondo l’analisi di Axa Investment Managers una maggiore regolamentazione sulla finanza sostenibile è benvenuta. Questo perché aiuta a creare un terreno di gioco equo, specialmente se accompagnato da un livello minimo di armonizzazione internazionale.

Secondo alcune stime di Bloomberg il mercato dello scambio di emissioni potrebbe valere 100 miliardi di dollari. Offre la possibilità a istituzioni pubbliche e aziende private di investire in progetti che riducono le emissioni nei Paesi in via di sviluppo, dove i costi sono generalmente inferiori.

Come funziona il mercato dello scambio delle emissioni:

  • I Paesi possono scambiare emissioni in accordi bilaterali – cosa che stavano già facendo – ma ora tutti questi scambi saranno soggetti agli stessi standard. Finora spettava ai singoli governi decidere le regole.
  • Le aziende possono utilizzare lo scambio di emissioni anche a compensazione per migliorare le proprie credenziali ecologiche o come un’opportunità per rendere più economico il raggiungimento dei propri obiettivi.

COP26 non è fatta solo di negoziati intergovernativi. È stata anche una notevole fonte di mobilitazione contro il cambiamento climatico da parte del settore privato in generale e dell’industria finanziaria. In particolare su iniziative come la Net-zero Asset Owner Alliance (NZAOA), la Net-Zero Asset Managers’ o la Net-zero Underwriting Alliance nel campo delle assicurazioni.

  • L’impegno degli asset manager per la decarbonizzazione del Pianeta è costante e sono tanti i fondi sui cui investire per salvare il Pianeta. Non considerare il rischio climatico nella costruzione di un portafoglio ben diversificato è un errore.
  • Online SIM, offre la possibilità di investire in un portafoglio modello sul cambiamento climatico. Ha un rendimento annualizzato del 25,02% (dati aggiornati a novembre 2021). Il portafoglio è costruito in collaborazione con Main Street Partners, boutique finanziaria inglese specializzata in ESG.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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